Relazioni messe a nudo. Una lettura psicoanalitica lacaniana*

Mi sono chiesta innanzitutto da quale posizione posso scrivere questo testo in una rivista di postfilosofie. a partire dalla tavola rotonda a cui ho partecipato durante il Festival delle Donne e dei Saperi di Genere: Nel segno delle differenze.
Chi legge, leggerà a partire dalle proprie coordinate di discorso, cioè del legame sociale in cui è presa e preso. Dunque in che modo posso dare il mio contributo in una rivista di post filosofie se non a partire dal discorso che mi determina, anche se non sempre, ma che mi determina sicuramente oggi mentre scrivo questo testo? Ciò che mi determina è il discorso analitico. Il discorso analitico che è determinato a sua volta dal soggetto dell’inconscio. L’Io non è padrone in casa propria, diceva Freud e nei lapsus, negli atti mancati, si produce il soggetto nell’istante del desiderio inconscio e delle pulsioni rigettate. Lacan aggiungerà facendo riferimento alla linguistica che il soggetto dell’inconscio è rappresentato da un significante per un altro significante. Ca parle, e il ca parle ha a che fare con l’autenticità del desiderio inconscio di cui non se ne sa nulla sul piano dell’Io. Se sul piano dell’Io è è ciò che si dice, è l’enunciato, e’ invece nell’inconscio che si produce la posizione da cui si parla, la posizione dell’enunciazione. Ci sono quindi le condizioni in cui si possono creare dei malintesi tra di noi, poiché il soggetto della psicoanalisi non è il soggetto come è inteso dalla filosofia ad esempio, e anche dei malintesi strutturalmente dati e inevitabili sempre tra esseri parlanti – parlesseri – per riprendere il neologismo di Lacan. Ma a partire da questo cercherò di chiarire alcuni punti in riferimento al tema dell’incontro a cui ho partecipato a Bari. Il titolo di quell’ incontro “ relazioni messe a nudo” evoca per me qualcosa che ha a che fare con il punto fondamentale nell’incontro tra due partner in una relazione. Relazioni messe a nudo, senza veli, senza paraventi. messe a nudo nell’effrazione che spesso strappa, buca con un indicibile la trama narrativa che ci si era costruite.
Lacan ad un certo punto del suo insegnamento, negli anni 70, dirà che “ non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere” – scrivere nell’inconscio -. L’aforisma permette di raccogliere uno dei punti fondamentali del discorso dei femminismi degli anni ’70 e cioè che il “contratto sociale” si regge su un tacito “contratto sessuale”, lo stesso che i femminismi hanno contrastato per mettere in rilievo gli effetti che si producono a partire da questa tacita regolazione della differenza e del rapporto sessuale sul piano sociale e politico dei diritti delle donne.
Non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere e’ una frase complessa, che Lacan chiarisce dicendo che non si tratta di non avere rapporto con il sesso , ma al contrario è proprio quel “non c’è” che condiziona il rapporto con il sesso e fonda due modi distinti di trovare la propria posizione sessuata, che dipende dal soggetto dell’inconscio che si situa e si riconosce sotto il significante uomo o donna, (qui si potrebbe aprire un’altro discorso rispetto alle nuove soggettività trangender o transessuali, ma magari lo lasciamo ad un’altra occasione) . Dunque il dirsi uomo o donna non è la biologia a deciderlo, è un fatto di discorso. L’aveva già scoperto Freud nel precisare che non c’è una corrispondenza data in automatico a livello psichico. Lacan riformulerà la questione posta da Freud in termini di linguaggio. La questione dell’essere uomo o donna non è naturale, biologica, è un fatto di discorso. La risposta di ciò che si deve fare come uomo o come donna è un effetto di linguaggio. In questo modo Lacan riprende la questione dell’identità sessuale, che era stata affrontata da Freud a partire dall’identificazione edipica, spostando la questione di ciò che è un uomo o una donna dal lato dei loro rispettivi godimenti. Il godimento femminile è un non – tutto dirà Lacan ma non per indicare un meno dal lato delle donne. Due logiche diverse dal lato uomo e dal lato donna che spiegano dell’impossibilità della scrittura del rapporto sessuale. Dal lato maschile il godimento è determinato dal significante fallico, è organizzato dall’universale, corrisponde alla parata. E’ a partire dall’universale che si producono gli insieme coerenti, si costruiscono così delle classi e questo risponde anche delle logiche della segregazione. Si potrebbe dire anche che nella logica fallica si punta all’oggetto di godimento (alcuni degli emblemi sono il potere, il denaro, il godere dell’oggetto sessuale), sul lato femminile il godimento non è così imbrigliabile in questa logica.E’ un godimento Altro, non tutto dicibile, non tutto determinabile dal significante fallico. Per ciò che concerne il femminile, dunque, l’ipotesi di Lacan è che non risponde alla stessa logica del maschile, cioè alla logica universale, allo logica degli insieme a partire dall’eccezione. C’è dell’indicibile nella logica del non -tutto. E’ un godimento non così prevedibile, creativo, non seriale. Dunque ciò che muove ogni moto del corpo e ciò che orienta la propria scelta verso una/un partner ha a che fare con il proprio modo di godimento.
E’ per via del linguaggio inconscio che un corpo può ritrovarsi attratto da un altro corpo. Godimento che si dispiega nelle suo declinazioni di discorsi accessibili: eterosessuale, gay, lesbico. A ciascuno il suo!
Qual’ e dunque il posto dell’amore davanti a questa non iscrizione possibile del rapporto sessuale?


L’amore non esiste senza dichiararsi, è lì a sopperire all’impossibile scrittura del rapporto sessuale e all’incapacità per il fallo di significare tutto il godimento femminile. Ciò che ogni donna chiede, anche quando fa l’amore, è che “ l’oggetto che parla” le dica del suo essere e decifri il suo godimento. Una donna non si accontenta di parole vuote, che si potrebbero rivolgere a qualunque altra, lei chiede una/un partner di parola che le permetta di essere donna, che sappia toccare il suo godimento particolare, al di là del fallo. Una donna ama colui o colei che intercetta la risposta alla questione“chi sono io”?
Relazioni messe a nudo, dunque, cosa possiamo dirne ora, dopo questa lunga premessa?
Ciascuno deve far fronte a questa impossibilità di iscrizione con il proprio corpo senza poter trovare soccorso in alcun discorso stabilito che con le sue regole ordina e sistematizza i godimenti. E’ una faccenda che riguarda il corpo, il corpo sessuato e il godimento. Ciascun essere parlante trova delle soluzioni per far fronte a questa non iscrizione non tanto sul piano della padronanza dell’Io, della consapevolezza, ma per via del linguaggio inconscio proprio a ciascuno. Ora dal momento che la faglia che costituisce il rapporto sessuale impossibile non è colmabile, ne consegue che le invenzioni e i sintomi si situano proprio in quel vuoto. Sono soluzioni che anche generano insoddisfazione, che portano con sé un lamento, una sofferenza, ma che costituiscono una soluzione, l’unica che si è riusciti a trovare per fare con questa non iscrizione. Sono molti gli esempi che si potrebbe fare per dire di queste soluzioni. La vita delle persone ne è piena. Sono soluzioni sintomatiche.E’ l’unico modo con cui il soggetto si trova a poter fare davanti ad un punto di impossibile che riguarda questa iscrizione. Qual’è dunque la molla dell’amore? Si ama colui o colei che intercetta la nostra domanda : chi sono io?1 dicevamo prima. Nell’amore la/il partner non è colei o colui che riempe quel vuoto della propria incompletezza pulsionale, colei o colui che immaginariamente ci sembra che colmi i nostri bisogni e i nostri vuoti. Il partner dell’amore è colei o colui che fa segno di un risveglio come soggetti di desiderio come esseri aperti all’incontro con l’alterità radicale dell’Altro e non semplicemente come esseri ridotti alla ricerca di una pienezza chiusa su se stessa. La dimensione relazionale aperta dall’amore risponde allora all’impossibilità dei due di fare Uno e se sul piano del godimento non esiste rapporto tra i due godimenti sessuali, sul piano del desiderio è possibile ritrovare la presenza del partner come condizione del proprio aprirsi all’Altro. È in tal senso che possiamo comprendere l’affermazione lacaniana sul fatto che solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al desiderio. Chi inizia un’analisi la inizia spesso proprio su un punto di questo tipo, qualcosa fa effrazione, le soluzioni trovate fino a quel momento non reggono più, e sulla strada dell’impossibilità di vivere in modo soddisfacente in una relazione d’amore, quando si è nel tempo soggettivo opportuno ci si può permettere di chiedersi “ cosa c’entro io con quello che mi succede?’ .Come ogni analisi può testimoniare, la psicoanalisi si occupa di ciò che fallisce, per poterlo accogliere e farsene qualcosa. C’è un ‘non ne voglio sapere” iniziale che deve creare una nuova alleanza con la pulsione affinché il sintomo, che procurava sofferenza, si trasformi in modo tale che il soggetto possa accettare la particolarità del proprio godimento, non senza un resto indicibile. Effettivamente è tramite la presa in conto delle tracce della lingua di ciascuno sul corpo che può aprirsi l’accesso alle risorse dell’uno per uno dell’essere parlante affinché produca soluzioni uniche e invenzioni singolari. Dunque quando una relazione perde i suoi veli – è a nudo – si svela nelle sue fragilità e nelle sue impossibilità ci si trova in un momento cruciale. I fallimenti, le crisi, le effrazioni che fanno trauma, se non lasciate cadere, sono momenti cruciali, in cui si può scegliere di diventare artefici del proprio destino, di non subirlo più

 

*“Relazioni messe a nudo” una lettura psicoanalitica lacaniana – Mary Nicotra*

Pubblicato su N.8 di Postfilosofie

Bibliografia
J.Lacan Il seminario. Libro XX, Ancora 1972 -1973 , Einausi, Torino, 2011
J. Lacan, Il Seminario Libro VII, L’etica della psicoanalisi (1959-1960), Einaudi, Torino, 1994
J. Lacan, Il Seminario XXI. Les non-dupes errent. Inedito

 

 

Anziani, famiglie e R.S.A snodi al crocevia di una scelta in tempo di crisi.

Mary Nicotra*

Prendiamo un primo punto – Di quale crisi parliamo?

La crisi richiama un punto di oscillazione, un po’ come la malattia che può portare alla morte o che può ritirarsi lasciando posto alla guarigione. Una crisi si produce quando si perde il dominio e il controllo della propria vita, per dirla metaforicamente quando un uragano irrompe inatteso a livello personale, familiare, sociale, quando – ciò che era non potrà più essere come prima – , c’è l’urgenza di una riorganizzazione a livello simbolico, di una nuova costruzione di senso.
Per uno psicoanalista, nella lettura che posso farne, a partire dagli insegnamenti di Freud e Lacan e dalla pratica clinica, la crisi non è lì per farci soccombere come soggetti, perchè laddove il discorso, le parole, la routine non reggono più e non si riesce più a stemperare un reale capriccioso che fa ciò che vuole, quello è il momento di mettersi al lavoro! E’ il momento di farsi carico della propria crisi e dei propri sintomi.
Allora basta con la crisi!.
Una crisi è il reale scatenato, impossibile da dominare. E tutti noi siamo qui oggi, a discutere su temi importanti proprio perché la crisi dei valori, la crisi economica, la crisi delle istanze sociali non ci faccia soccombere come soggetti.

E’ vero il nostro è un tempo a volte  impossibile perché attraversato da snodi continui, da sfilacciamenti dove nuovi annodamenti non si riescono più a produrre a livello di legame, sfilacciamenti che lasciano i soggetti in una voragine di “non senso” che produce angoscia e insopportabilità.

Va ricordato che ciò che umanizza la vita è caratterizzato dalla necessità di una ricerca di senso. Una domanda di senso, un appello, un urlo che si rivolge all’Altro, come la psicoanalisi con Freud e Lacan ci insegna.

Tutti abbiamo fatto esperienza di questo, almeno una volta, quando siamo nati, quando quel venire alla vita ha incontrato nell’Altro un accoglimento. Un accoglimento che ha permesso l’inizio di quella costruzione di senso singolare che si alimenta nel prosieguo della vita stessa.

E’ proprio nella famiglia, come prima istituzione che si incontra nascendo, che la vita si umanizza e ogni individuo si costituisce come soggetto in un annodamento che riguarda il corpo, la parola e la pulsione e come effetto di questo annodamento ciascun soggetto conosce un destino singolare che non rassomiglia a nessun altro. Ken Loach nel suo film “Family life” mostra l’inferno delle famiglie come causalità di sofferenza e patologia.

La psicoanalisi e Lacan ci insegnano che non è così – se qualcosa non va per un soggetto, non è a causa della famiglia. E’ vero però che nella famiglia, per ognuno dei suoi componenti il sintomo si mette in forma.

Un sintomo come effetto di quel legame.

“ Voglio morire perché per mio marito sono un peso” dice una signora che sceglie di non voler procedere con la tracheotomia….

siamo al lavoro con lei su questo punto del “sentirsi un peso” affinché, qualunque sia la sua decisione che ovviamente andrà rispettata, possa prenderla a cuor leggero, non angosciata.
Ogni famiglia ha i suoi sintomi.
Potrei raccontarvi molti altri frammenti clinici, ma non voglio prendere più tempo dei 15 minuti previsti.

Dicevo prima che la crisi si produce anche quando la routine non regge più. Ecco che certe situazioni familiari possono assumere dimensioni invivibili: un padre, una madre, un nonno – non è più come prima. Perde la sua autonomia fisica o mentale, l’ambiente in cui vive non può più sopperire ai suoi bisogni. Un impossibile, un non – senso, un’effrazione si produce e crea delle condizioni che costringono ad una
nuova ricerca di senso che precipita ad un certo punto in una scelta: un ricovero in residenza sanitaria assistenziale.

Nell’incontro con le famiglie, una per una, che si rivolgono alle R.S.A si coglie che non è quasi mai una scelta facile, ha piuttosto a che fare con la resa davanti all’impossibilità di potersi prendere cura dei propri cari che non sono più autosufficienti e necessitano di cure mediche e assistenziali su base quotidiana che è difficile poter offrire a domicilio. Ma la questione non si satura così.

Si coglie in quell’incontro che c’è un appello, un appello all’Altro dell’istituzione che non ha a che fare solo con l’assistenza e l’erogazione di farmaci.

All’infermiere, al medico. all’oss, all’educatore, allo psicologo l’anziano chiede, la famiglia chiede di “essere in presenza” nei propri atti medici, infermieristici, assistenziali, psicologici ecc.

Ed è a questo livello che può prodursi un annodamento di legame nuovo, creativo, che può rovesciare una crisi in un’opportunità.

In un mondo tutto snodato e sfilacciato del nostro tempo culturale che vorrebbe costringere ognuno di noi a ragionare in termini quantitativi e standardizzati, e che, senza che ce ne accorgiamo, ci spinge a rispondere da una posizione di distributori di oggetti-gadgets, si può fare altro!

Distribuire cure devitalizzando i legami non è l’unica possibilità a cui siamo costretti a soccombere, nonostante le logiche economiche in atto sembrerebbero costringerci proprio a rispondere cosi.

E’ il punto di forza del capitalismo sapere che l’essere umano non può rinunciare alla mancanza e muove le pedine per fornirgli una difesa universale, una gamma di oggetti che uno dopo l’altro sono lì a cercare di saturare il desiderio, saturare la mancanza, ovviamente senza mai riuscirci e spingendo così a consumare ancora di più. Ogni epoca risponde in modo diverso all’insoddisfazione.

Stare, se pur senza accorgersene, dentro questa logica produce degli effetti nelle nostre vite di cittadini, di padri, di madri, di figli, di medici, di infermieri, di psicologi, di fiosioterapisti, ecc, ecc.

Si tratta di non avere paura di essere o diventare soggetti desideranti, cioè soggetti mancanti e alla ricerca, istituzioni desideranti che non si accomodano su protocolli pacificanti e rassicuranti, e mettersi al lavoro, in una dialettica gli uni con gli altri per costruire insieme luoghi di cura e di residenza “umanizzati”, nel senso che dicevo prima, cioè dove si può scommettere che è possibile accogliere la singolarità di ogni persona che verrà a trascorrere lì un pezzo della propria vita.

Intervento di Mary Nicotra, psicoanalista, membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, collaboratrice alla docenza dell’ Istituto IPOL  e direttore della residenza La  Cittadella di Saluggia al  Convegno Riflessioni su…Invecchiamento e disabilità. Il testamento biologico

Il viaggio tra immaginario simbolico e reale. Una riflessione psicoanalitica*

Sono molto lieta di essere qui con voi. Mi sono chiesta come psic oanalista che tipo di contributo portare, da quale posizione posso darvi il mio contributo. Effettivamente posso solo partire dal discorso che mi determina, anche se non sempre, ma che mi determina sicuramente oggi, in questa conferenza e cioè il discorso analitico. Il discorso analitico, bisogna saperlo ha una sua particolarità, è determinato a sua volta dal soggetto dell’inconscio. Freud lo diceva bene, L’Io non è padrone in casa propria,e nei lapsus, negli atti man- cati,si produce il soggetto nell’istante del desiderio inconscio e delle pulsioni rigetta- te. Jacques Lacan, psicoanalista francese, nella sua incessante ricerca, e nel suo ritorno a Freud aggiungerà alla scoperta freudiana dell’inconscio, facendo riferimento alla lin- guistica, che il soggetto dell’inconscio è rappresentato da un significante per un altro significante. Ca parle – parla – Cioè il soggetto parla, parla dicendo più di quello che pensa di dire poichè il suo dire ha a che fare con l’autenticità del desiderio inconscio di cui non se ne sa nulla sul piano dell’Io. Per cui se sul piano dell’Io sono i detti, le parole che si dicono,è invece nell’inconscio che si produce la posizione da cui si parla, la posizione dell’enunciazione. Ho intitolato questo intervento Viaggio tra immaginario, simbolico e reale. Una riflessione psicanalitica. e per rendere conto di questo titolo vi dico subito che Jac- ques Lacan ad un certi punto del suo insegnamento, negli anni 70, ha elaborato la teoria dei nodi dove i tre registri Immaginario – Simbolico e Reale nel loro intreccio sono costituitivi dell’esperienza umana. Non potrò essere esaustiva ma provo a darvi qualche coordinata. In che modo i tre registri sono costitutivi dell’esperienza umana? Dunque…. L’immaginario – è l’ordine della rappresentazione, ognuno costruisce il proprio modo di stare al mondo in rapporto all’immagine con cui il soggetto si identifica. Quindi l’io si costituisce sulle rappresentazioni immaginarie che lo riguardano e queste rappresentazioni non si producono casualmente ma nel rapporto che il soggetto intrattiene con le figure fondamentali della sua vita, con i suoi “altri”. – Il simbolico – È l’ordine del linguaggio. Si nasce immersi nel simbolico, che è il linguaggio, che ci segna sin da subito nei detti parentali: sarà un medico, sarà Maria, sarà Giuseppe. Ci si iscrive simbolicamente in una funzione quando ci si sposa ad esempio, ci si ritrova simbolicamente chiamati a fare le madri o le figlie o i mariti e tutte queste significazioni prendono corpo, incidono sul nostro corpo e si intrecciano con un rappresentazione immaginaria dell’essere madre, figlia, marito.. Sarà nell’intreccio tra simbolico e immaginario che si costruisce la propria realtà. – Lo stesso ordine simbolico culturale ha subito importanti mutazioni che inevitabilmente si producono degli effetti immaginari nella vita delle persone. Con la dimensione immaginaria il soggetto trova negli altri, specchi e punti identificativi,che lo sostengono. E la realtà è fatta di questo tessuto: simbolico e immaginario – Ecco perchè la realtà non può essere oggettiva, poichè per ognuno si tratta di un annodamento singolare dei tre registri : simbolico – immaginario – reale. – Prendiamo l’esempio di due persone che si sposano. – Sposandosi si impegnano l’uno verso l’altra, compiono un atto simbolico che si in- scrive nei registri dell’anagrafe. La rappresentazione però dell’essere marito e del- l’essere moglie si declina con una propria particolarità che costituirà per lui e lei il loro modo singolare di essere marito e moglie. Sicuramente sarà capitato a qualcuno di sentirsi dire – “Sei tutto tuo padre” per dirla in siciliano “ dicalafici comò ci assumigni” – E il reale? – Il reale è l’impossibile, ciò da cui non si può dire. Mentre l’immaginario e il sim- bolico sono aperti alla dimensione del possibile, il reale è fuori senso, cioè fuori dalla presa dell’immagine e del simbolo, il reale è un’effrazione. E’ l’impossibile da sopportare. – Per tornare alla coppia di prima, l’impossibile da sopportare per qualcuno può essere un tradimento, o l’essere lasciati dal proprio partner e in quel frangente, può succedere di tutto se quell’annodamento tra simbolico – immaginario – reale si sfilaccia – non si annoda più – non trova un modo di riannodarsi, come i drammatici fatti di cronaca testimoniano. – Dicevamo, Viaggio tra simbolico, immaginario e reale….quale viaggio? La lingua italiana non manca di ricordarci come il viaggio diventa metafora dell’esi- stenza, della vita psichica e della sua dinamica quasi a volersi porre come evidenza stessa del fatto che il mondo esteriore rinvia al mondo interiore. Sono molte le espressioni che richiamano al viaggio e alla dimensione spazio – temporale che rin- viano a loro volta a degli interrogativi esistenziali. La parola viaggio stessa deriva dal latino viaticum , . Viaticum in latino era la prov- vista necessaria per mettersi in viaggio , e passò più tardi a significare il viaggio stes- so. “ Trovare la propria via” , “l’ultimo viaggio” per dire della morte, “ seguire la pro- pria strada”, “perdere la bussola”, sono solo alcune delle molte espressioni che de- scrivono metaforicamente momenti cruciali della vita dove è in gioco un crocevia, una scelta, un empasse da affrontare. Per Freud stesso, il padre della psicoanalisi, il suo viaggio in Italia e anche in Sicilia è stata un viaggio fondamentale, una tappa fondamentale nella sua ricerca. Freud venne in Sicilia nel 1910, aveva allora 54 anni, e poteva ritenersi abbastanza soddisfatto: l’interesse per la psicoanalisi si era ormai rapidamente diffuso, era cir- condato da un numero crescente di allievi. Inoltre si era ormai lasciato alle spalle la sua piccola superstizione privata – per inten- derci, quella che secondo i calcoli dell’antico amico Fliess fissava la data della morte di Freud a 51 anni. Forse, della paura della morte, restava solo il disappunto di invec- chiare. Del viaggio in Sicilia, Freud scrisse a Jung: “La Sicilia è la parte più bella dell’Italia e ha conservato pezzi della tramontata grecità assolutamente unici. La Sicilia per Freud non è solo un’amabile fusione di natura e archeologia, luogo di cui godere ma anche scenario di nuovo lavoro. Il viaggio in Sicilia era stato a lungo desiderato da Freud e organizzato nel dettaglio, coronamento di un sogno che colti- vava da tempo; anche a livello analitico non è da sottovalutarne l’importanza. Sulla scena siciliana, oltre a scrivere cartoline alla famiglia preoccupato dei regali da portare a casa, Freud continuerà l’autoanalisi e delineerà con sempre più precisione il «complesso nucleare», definito solo successivamente complesso di Edipo. La terra dei limoni, con continuo riferimento freudiano a Goethe nelle lettere alla fa- miglia, diviene allora per lo psicoanalista l’Altra scena, tappa fondamentale del suo viaggio analitico che gli permette di andare a fondo, fino al cuore pulsante nonchè punto d’origine delle dinamiche della psiche umana. Ma torniamo a noi….viaggiare… Ogni anno migliaia di persone si mettono in viaggio per un loro percorso iniziatico, per ‘scoprirsi’ e per dirlo letteralmente lasciare cadere ciò che copre, potremmo dire -lasciar cadere le maschere e quando dei religiosi o degli avventurosi vogliono lasciar cadere le maschere sono probabilmente animati dallo stesso deside- rio: cogliere qualche – cosa – di sè -che non conoscono, qualcosa che crea inquietudine, un qualcosa che è insoddisfacente. Cercano nel viaggio qualcosa che possa creare del nuovo nella loro vita, che possa tappare un buco, rispondere ad un’inquietudine,ad una ricerca esistenziale. I racconti di persone che hanno svolto viaggi avventurosi o veri e propri pellegrinaggi sono ricchi di suggestioni. Ho il ricordo di mia sorella, molti anni fa, quando mi chiamò per dirmi ‘ ce l’ho fatta!’ sulle gradinate di Santiago de Compostela. Per lei  è stato un prima e un dopo, un atto soggettivo che le ha aperto la via verso la sua ricerca personale. Ci sono poi gli antropologi: la condizione dell’esperienza antropologica è legata al desiderio di confronto e di scoperta di una alterità che si cerca nell’altra società o cultura. Per è necessaria una esperienza spaziale, un tragitto geografico. Quell’alteri tà che l’antropologo con le sue ricerche sul campo cerca nell’incontro con l’Altro. Ci sono poi i migranti che si avventurano con le loro vite per mari insicuri. A questo proposito vi consiglio di vedere il doc-film.”Io sto con la sposa” che destinato a diventare uno dei film-caso della Mostra del Cinema di Venezia il film-doc che è stato proiettato a Venezia il 4 settembre fuori concorso nella sezione Orizzonti. Racconta infatti di un poeta palestinese-siriano e un giornalista italiano che incontra- no a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra, e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evita- re di essere arrestati come contrabbandieri decidono di mettere in scena un finto ma- trimonio coinvolgendo un’amica palestinese che si travestirà da sposa, e una decina di amici italiani e siriani che si travestiranno da invitati. Così mascherati, attraversano mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri.Il film, diretto a sei mani da Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry, è il racconto in presa diretta di una storia realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013. Posso dire che anche nella mia storia c’è una innocua e non pericolosa migrazione e ricordo con dolcezza mia madre e mio padre con una bambina di tre anni quando un giorno decisero di lasciare la Sicilia per il Continente, come si diceva allora, con una piccola Bianchina piena di sogni, immaginazione, futuro. Quella bambina sente ancora il profumo del lenzuolino steso per lei nel sedile posteriore e ripercorre le forme delle nuvole che la portavano lontana dalla sua terra a Torino.Terra che non ha mai smesso di amare e che raggiunge appena può. Ma non tutti siamo antropologi e non tutti siamo come Ulisse che nel canto XXVI dell’inferno dantesco ci ricorda che nulla poteva farlo desistere dal suo desiderio con questi versi “nè dolcezza di figlio, nè la pieta del vecchio padre, nè ‘l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta,vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore” Sappiamo anche degli effetti mortiferi che si possono produrre davanti all’alterità:, basti pensare al razzismo, alla paura dell’Islam, alle discriminazioni per orientamento sessuale. Dell’alterità in fondo non se ne vuole sapere nulla. L’incontro con l’alterità quando la dimensione immaginaria è andata in frantumi e quella simbolica è stata strappata da un buco di reale che fa trauma può assumere va- lenze di mostruosità e causare molta angoscia. Basti pensare alle rotture amorose quando si resta basiti e stupiti davanti a qualcosa di inatteso, inimmaginabile che ci fa sentire completamente estranei. Si può certamente accogliere questa estraneità, ma come la vita ci insegna spesso ciò si trasforma in un impossibile che causa angoscia, rotture, sofferenza. Il reale si presentifica come un impossibile. Lacan nel seminario VII dedicato all’etica della psicoanalisi farà emergere la dimensione del Reale come pura traumaticità che incombe sul soggetto e sul suo rapporto con la realtà, mostra quel vuoto originario ed incolmabile con il quale ogni essere umano si trova a rapportarsi. È il vuoto di Das Ding, termine ripreso da Freud, che indica quel nucleo originario e costitutivo dell’Io che risulta inaccessibile. La Cosa rappresenta, dunque, un oggetto perduto di un primo soddisfacimento originario. Accarezzare il vuoto, smembrarlo, girarci intorno, guardarci dentro, connetterlo, dar- gli vita, vigore, forza. Dall’arte, all’angoscia del reale, sino al confronto con il pensie- ro orientale, inspirato da alcuni viaggio in oriente, Lacan ha saputo declinare il vuoto, osservarlo da diverse angolazioni, fino a riconoscergli un ruolo costitutivo nella for- mazione di ogni soggetto. Nella lezione del 10 Febbraio 1960 del Seminario VII. L’etica della psicoanalisi introduce il termine extimità quando dice “[…] questo luogo centrale, questa esteriori- tà intima, questa extimità, che è la Cosa[…]”. Dunque l’extimità -ciò che c’è di più estraneo e allo stesso intimo in ognuno di noi di cui non se ne sa nulla e di cui non se ne vuole sapere nulla. Il termine extimità mette insieme il concetto di estraneità e di intimità condensandoli in una sola parola. E’ un concetto molto complesso e non potrò dirne abbastanza qui, ma è un concetto cruciale che riguarda ciò che c’è di più determinate in ogni esperienza umana. Ciò che ci determina, senza saperlo, è quel vuoto strutturale e trascorriamo tutta la vita nell’affanno di cercare di bordarlo, poichè sostarvi a lungo ha a che fare con l’ impossibile. L’extimità non ha a che fare con qualcosa di piacevole, per certi versi ha a che fare con un punto di orrore che ci riguarda di cui non vogliamo saperne. Chi intraprende un viaggio psicoanalitico ad un certo punto della propria analisi potrà intravedere e cogliere qualcosa di questo vuoto e farsene qualcosa, affinchè possa sa- perci fare un pochino meglio nel meraviglioso e complesso viaggio della vita.

Mary Nicotra

*testo presentato a Festival del Viaggio 24 – 30 agosto 2014, Linguaglossa, Sicilia. Il viaggio tra immaginario simbolico e reale. Una riflessione psicoanalitica Mary Nicotra

Iniziare un’analisi, quando il reale bussa alla porta

Ci sono vite che sono impregnate di un malessere diffuso, costante, a cui ci si abitua, di cui ci si lamenta ma che in qualche modo sono l’unica vita che si riesce a vivere.
Sono vite che spingono ad una ricerca, una ricerca che passa per molte vie, che fa bussare a molte porte, che fa appello a specialisti in tutte le loro eccezioni.
Ognuno cerca le sue vie, i suoi incontri, a partire da sé e a ciò che incontra sulla propria strada. Ma capita anche che dopo un leggero sollievo, tutto torna come prima, si ripete uguale, con sfumature diverse, ma identico a se stesso.
E’ l’effetto suggestione a dare questo sollievo. Freud, in un suo scritto “ Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi”, lo descrive così “abbastanza spesso la traslazione può allontanare da sola i sintomi del male, ma in questo caso solo transitoriamente. (…) e aggiunge, per puntualizzare in che cosa si caratterizza un trattamento psiconalitico, che “Il trattamento merita la denominazione di psicoanalisi solo quando l’intensità della traslazione è impiegata per vincere le resistenze. Solo allora diventa impossibile continuare a stare male, anche se la traslazione è stata di nuovo sciolta, come era il suo destino”
Per uno psicoanalista non si tratta di incarnare l’Altro pieno che sa qual e’ il bene del soggetto, utilizzando il potere suggestivo per dirigere l’analizzante in base ai propri significanti, nella promessa di un’ipotetica restituzione di un’immagine perduta, ma si tratta piuttosto di aprire al soggetto un’altra dimensione quella dell’al di la’ della domanda che permetterà al soggetto di confrontarsi con la questione del proprio desiderio; in essa gli si rivelera’ il carattere fondamentalmente pulsionale della domanda.
Quando iniziare un’analisi, dunque?
Per tornare alle vite di ordinaria insoddisfazione e di malessere diffuso…
un giorno succede che l’omeostasi che si era creata, se pur nel malessere, non regge più.
L’annodamento si sfilaccia, qualcosa precipita, la sofferenza si fa acuta, insopportabile, non si riesce più a trovarne un filo.
E’ l’angoscia che si presentifica.
Che cos’è l’angoscia? Per Freud è un segnale che non ha un’utilità ma una funzione: causa la rimozione dando avvio alla formazione del sintomo. Lacan riparte da Freud per dire che l’angoscia è un “segnale del reale”, è cioè il segnale di un godimento che precede il desiderio, o meglio, essa è logicamente necessaria alla sua costituzione.

La sofferenza e l’incomprensione che caratterizzano l’angoscia non permettono a coloro che ne patiscono di darle il posto di un sintomo.

La sua ripetizione accentua la minaccia che essa veicola e la sua opacità non offre speranza di una significazione che comincerebbe a orientare nella ricerca della sua origine.

Lo scatenamento di uno stato di angoscia, come il sopravvenire di una crisi ancora più improvvisa, sembrano separare il soggetto dalla sua storia.

Ecco che ci si rivolge all’Altro.
“ Non ce la faccio più‘ dice A. al primo incontro, “Sto malissimo. Non posso più andare avanti così, qualcosa deve cambiare”.
Freud, sempre nello stesso scritto, mette ben in rilievo che ”il motore primo della terapia è la sofferenza (…) e il desiderio di guarigione” .
E’ così che si può effettivamente decidere di fare appello ad uno psicoanalista – si soffre e si vuole smettere di soffrire – .
Freud aggiunge “la grandezza di questa forza motrice viene diminuita da parecchi fattori che si scoprono soltanto nel corso dell’analisi, soprattutto dal “tornaconto secondario della malattia” .
Questa frase apre su una questione importante che determina la differenza sostanziale tra l’inizio di un’analisi e un lavoro preliminale di analisi. L’entrata in analisi non coincide con il rivolgersi ad un’analista, ma ha a che fare piuttosto con l’articolazione tra domanda e desiderio inconscio.
Lacan ne parla in termini di rettifica soggettiva. come di un momento logico in cui, all’inizio di una cura, il soggetto nel suo dolore e lamento si accorge che ciò che gli succede non è solo il risultato di un destino avverso, ma che egli stesso è implicato in ciò che gli succede, che ci mette del suo nella produzione di quel sintomo, accettando di non saperne nulla e affidandosi alla regola fondamentale della psicoanalisi per come l’ha definita Freud: l’associazione libera.
“L’inconscio è qualcosa che parla del soggetto, aldilà del soggetto, anche quando il soggetto non lo sa, e che ne dice più di quanto creda” scrive Lacan nel seminario III.
E’ così, quando si varca quella soglia, che la psicoanalisi offre un ascolto al soggetto dell’inconscio che permette al soggetto di assumere la responsabilità del proprio desiderio.

Mary Nicotra