Fragilità e violenze nella postmodernità. Una riflessione.

La questione della fragilità e della violenza riguarda ogni tempo e ogni epoca. 

Ciò che ci interessa qui è  mettere in rilievo in che modo oggi prende forma a partire  dal contesto culturale e dall’epoca  in cui ci troviamo.

Vi parlo a partire da un’esperienza che svolto  da molti anni nel progetto Dafne, che si occupa di accogliere vittime di reato offrendo loro una rete di riferimento e per ciò che mi concerne, insieme ad altri, offriamo sostegno psicologico.

Vi parlo anche da alcuni  discorsi : quello psiconalitico lacaniano che è per me bussola di riferimento nell’orientamento della pratica clinica che si intreccia con altri discorsi, in particolare quello di Miguel Benasayag e del collettivo Malgrè Tout, che è per me è preziosa  fonte di riflessione.

Cosa insegna l’esperienza sulla fragilità e come  questa si intreccia con la violenza? 

Incontrando persone che vivono una condizione importante di fragilità e conseguente vulnerabilità, si coglie  che ci sono dei  momenti critici nella vita di ciascuno dove un’effrazione di legame tra gli uni e gli altri produce un prima e un dopoo. Il legame viene rigettato, desvalorizzato, lacerato. 

Si produce un’effrazione che, attraverso degli agiti di violenza supera ogni limite, facendo presa sul corpo con la violenza,a volte quasi fino alla morte o e attraverso una violazione dell’intimità. Impariamo con la psicoanalisi che la violenza risponde ad una  richiesta impellente di soddisfacimento pulsionale, Freud l’avevo spiegato bene nel Disagio della civiltà: “ c’è una pulsione aggressiva nell’uomo e a fatica rinuncia a soddisfarla’ un impulso aggressivo e disttruttivo che testimonia  nell’atto violento di un’incapacità di convivere con ciò che di insopportabile si incontra e che si agisce senza freni. 

L’ azione  violenta può essere devastante per chi la subisce, poiché si tratta per chi agisce la violenza di ridurre l’Altro ad un oggetto e di distruggerlo. 

Ne sono testimonianza i racconti di persone che sono fuggite da campi di prigionia in Libia,  dei luoghi senza legge, dove hanno incontrato la violenza insensata dei loro carcerieri che uccidevano per gioco.  

In quei luoghi l’orrore ha preso corpo, la pulsione di morte si è messa a nudo. 

Ma ne sono anche testimonianza i racconti delle  persone che si rivolgo a Dafne.  Sono violenze meno eclatanti e fuori senso,  più sottili, più private che si insediano nella trama di relazioni  affettive,  e  che non sono giustificate da un contesto generale senza legge. 

Sono violenze private, per lo più vissute con i propri partner, o figli, o genitori. Per questo portano con sé anche sentimenti di vergogna e di stupore. L’effrazione dovuta a una violenza fisica e psichica che rompe con il senso di integrità della persona, provoca un’impennata che sommerge il soggetto. 

E’ una sensazione tale che può coincidere con il senso di non esistenza, smarrimento, congelamento, una sorta di agonia psichica. Le persone sono alla ricerca di appigli per ritrovare un posto nel mondo laddove i legami, spesso quelli più intimi, si sono frantumati in un modo così violento. 

Nell’incontro con persone che hanno sperimentato una tale effrazione, si tratta di una clinica delicata, attenta, che provi a favorire per quel soggetto un riannodamento dell’esperienza vissuta  in una ricerca di senso che possa dargli un posto nella trama della sua vita. 

Non si tratta dunque di ‘fissare il soggetto all’etichetta vittima’ ma piuttosto, caso per caso, di trovare dei modi affinché quella persona possa integrare quell’esperienza nella sua vita, per uscire dallo smarrimento e dall’impotenza restituendo anche dignità alla condizione di fragilità e vulnerabilità che sperimenta.

Si tratta dunque di una modalità clinica che non rigetta  la complessità, nè si pone nella posizione di un sapere precostituito rispetto a cosa sarebbe bene per quel soggetto. li. 

Per accogliere  la complessità, senza rinnegarla, è necessario poter rinunciare all’idea di sapere cosa è bene per quel soggetto lì, e trovare dei modi per accompagnarlo, a partire dal suo discorso, a rinnovare il suo esistere, nel rispetto della sua singolarità.

Rete Dafne, nell’annodamento anche con altre funzioni (avvocati, servizi sociali) diventa preziosa. E’ importantissimo per le persone che vi afferiscono poter contare su più figure di riferimento, perché permette anche una ricostruzione, se pur precaria, di legami, laddove sono venuti meno i legami intimi più importanti. 

In Dafne facciamo esperienza di questa complessità, non senza che si produca a volte dell’angoscia o della difficoltà per gli operatori,  e proprio per questo abbiamo dei dispositivi collettivi come riunioni cliniche e d’equipe per elaborare collettivamente e non lasciare l’operatore in solitudine.

In quale contesto sociale e culturale si sperimenta  questa esperienza 

Siamo in un contesto  dove non vi è posto per la fragilità. Basti pensare al film di Ken Loach “Sorry we missed you” per cogliere come la strumentalizzazione degli esseri umani  e delle  fragilità personali sono nascoste perché malviste dal momento che gli ideali sociali esigono la perfomatività assoluta. Non è raro ascoltare dire: non voglio che mi vedano fragile perché altrimenti mi espellono, mi licenziano, ecc’ 

La vulnerabilità è rigettata, passa attraverso la disperazione e non è raro ascoltare  un  soggetto dire ” non posso mostrare di esser fragile altrimenti sono perso Escluso dalla  famiglia, dal sociale, o con la paura di essere etichettato  come malato o folle.

Mi viene in mente  una donna  che racconta che nel momento in cui  il suo compagno la stava uccidendo strozzandola, ciò che lui enunciava era” tanto devo ucciderti, perchè sono troppo fragile, mi prendono e mi sbattono in galera, ti uccido e poi mi uccido io” Lei riuscì  a convincerlo di non farlo promettendo che non l’avrebbe denunciato.  

Per quest’uomo dunque la promessa di un legame che avrebbe pro5etto la sua vulnerabilità era stata sufficiente a fermarlo davanti all’inevitabile.

Credo che sia di insegnamento. 

Per tornare al film di Ken Loach, ciò che colpisce  è stato proprio  questo. 

Il protagonista, uomo inscritto negli ideali del ‘900 non coglie le logiche in gioco in questa epoca, postmoderna e dalle logiche capitalistiche dematerializzate. Per lui c’è ancora un Altro del simbolico consistente, un patto possible con questo Altro, un gioco delle parti condivisibile.  risponde a quella logica, senza rendersi conto di quanto è strumentalizzato e ridotto ad anonimo oggetto di consumo. Il figlio, uomo  del 2000, coglie quali logiche sono in atto, disprezza la sottomissione del  padre al sistema, si ribella, compie atti di resistenza e per questo considerato ai margini del sistema sociale.Ken Loach, questa volta, ci offre una fotografia cruda, essenziale del tempo in cui siamo. 

In questo ci viene in aiuto Miguel Benasayag :« Le nostre società conoscono un momento caratterizzato, tra altre cose, anche dall’isolamento Siamo separati  dalla spinta all’agire, non troviamo più i ponti tra i nostri desideri e le nostre pratiche. E’ tempo di uscire dal fatalismo imperante e di costruire un pensiero dell’agire.( M.Benasayag, La fragilitè, 2007).

Potremmo dire in altre parole che è passata un’idea per cui il mondo è gestito dai ‘poteri forti’  in un modo incomprensibile. Ciò fa sì che la maggior parte delle persone si senta esclusa, impotente, fuori gioco e che  non resta che l’individualità, l’esser soli per trovare un proprio modo di stare al mondo, in un modo però che punta alla performatività e che segrega  e divide  in categorie tra forti/deboli, vincenti/perdenti,  ecc.

Quale posto dunque per la fragilità? 

La fragilità è una condizione umana dell’esistenza. E’ laddove si gioca e si produce che ci indica ciò che è essenziale per ciascuno di noi, di cui si è portatori sia singolarmente che collettivamente. Assumerla insieme alla complessità è un atto dovuto, un primo passo dell’agire per ribellarsi con dignità ad un mondo che ci vorrebbe isolati,  che spinge a far passare la trama delle nostre vite non tanto dall’esperienza di legami tra persone ma piuttosto dal virtuale, appiantendole ad una dimensione bidimensionale privata dell’esperienza sensoriale. Ne abbiamo fatto e ne facciamo esperienza in modo esponenziale adesso nel tempo del Covid. Non si tratta di demonizzare la virtualità, si tratta di non delegare le nostre vite alla virtualità, di farne un suo consapevole senza farsene risucchiare, così come si tratta di accorgersi, per riprendere M.Benasayag,  come la sovrainformazione strutturata come informazione spettacolare, è agita come spiegazione e giustificazione del fatto che ‘non possiamo fare nulla’ ( La Fragilité, M.Benasayag p.9 )  e in questo modo favorisce  l’impotenza e la negazione di una complessità.

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