Un battito d’ali di farfalla

IMG_3759Vi è una idea diffusa, un luogo comune, quando si parla di inconscio, e cioè che l’inconscio sia un luogo buio, misterioso, una specie di pozzo o cantina dove sono ammassati ricordi sommersi che riguardano la storia e la vita di una persona.
Ma è questa la scoperta dell’inconscio per Freud?
Per Freud l’inconscio è di un’altra stoffa.
Facciamo un passo indietro….
Freud, e medico e neurologo ancora giovane assiste al trattamento ipnotico praticato da medici come Ternheim e Charcot in Francia. Era il tempo in cui l’utilizzo dell’ipnosi aveva messo in luce che parte dei processi psichici non erano immediatamente accessibili alla coscienza.
In questo caso le forme di inconscio si riferivano al non-conscio, al più o meno conscio, a qualcosa che verrebbe prima della coscienza. Qualcosa però di questa pratica non basta a Freud, non si accontenta, non lo convince.
Anzi in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, nel 1921, Freud scrive a proposito del metodo ipnotico: “Quando un malato che non si dimostrava arrendevole veniva redarguito con le parole ‘Ma cosa fa? Voi vi contro suggestionate!’, mi dicevo che questa era una palese ingiustizia e un atto di violenza. Se si tentava di soggiogarlo con la suggestione, l’uomo aveva certamente il diritto di contro suggestionarsi”. Dunque ciò che in primis Freud critica di questo metodo è che la posizione del curante è una posizione che non fa posto al soggetto, soggetto dell’inconscio, non lo lascia parlare, gli chiede di stare zitto e di lasciarsi suggestionare.
Al rovescio l’inconscio che Freud ha scoperto , è fatto innanzi tutto di parole, parole che si inanellano fra di loro, che si possono ascoltare.
E’ proprio così che Freud inventa l’inconscio, ascoltando le parole dei pazienti. Leggendo i casi clinici di Freud più famosi è ciò che si impara: Anna O., Dora, la giovane omosessuale, l’uomo dei topi, l’uomo dei lupi, e anche gli incantevoli discorsi di un bambino di quattro anni: il piccolo Hans, ci aiutano a cogliere che è proprio quando Freud – rinunciando alla posizione di chi sa – e si sottomette alla parola delle e dei suoi pazienti che emerge, nel racconto dei sintomi di cui si lamentano e che li affliggono, che i sintomi stessi sono portatori di un sapere. Lasciar parlare quei sintomi non solo ha effetti terapeutici, a volte con la remissione del sintomo stesso, ma, là dove si interroga quello che si presenta come un sapere evidente, ne emerge un altro che non era conosciuto, di cui non se ne sapeva nulla, ma che comunque generava un lavorio e aveva una sua incidenza.

Freud ha reperito l’inconscio negli inciampi della parola: lapsus, dimenticanze, motti di spirito, e nel sogno che si legge come un rebus e anche un testo che appare anche confuso, insensato, con dei vuoti nella narrazione e dove tempo e luogo non rispettano la logica di senso

E’ grazie alla posizione che Freud assume nella cura, da una posizione di chi ascolta, si sottomette alla parola, sta zitto, e lascia posto alla parola del soggetto, che ha potuto cogliere l’importanza degli effetti che la parola ha sul corpo, perché di questo si tratta.
L’inconscio di Freud non è dunque un luogo misterioso e come dice Lacan, non è la caverna dalla quale Platone guidava le persone verso l’uscita. L’inconscio ha sì un ingresso ma è un ingresso particolare: si apre e si chiude all’istante, un battito di ciglio, un battito d’ali di una farfalla.
Per l’analista si tratta innanzi tutto di tendere l’orecchio alla chiamata perché l’inconscio si apra E’ solo con un ascolto attento alle parole dell’analizzante che un analista, senza la pretesa di sapere la verità, può spendersi affinché l’inconscio si apra. Al tempo stesso, se l’analista non si precipita a saturare con un sapere e un’interpretazione che avrebbe la pretesa di rimettere a posto le cose, mettendo a tacere il sintomo, l’attimo di tale apertura porta alla luce un sapere del soggetto a lui stesso sconosciuto, un sapere che lo sorprende e che si metterà al lavoro producendo, per esempio, un sogno, un ricordo, un lapsus, una dimenticanza, quelle che si chiamano formazioni dell’inconscio che costituiscono la trama di una storia che il soggetto riscrive lungo l’esperienza analitica. Niente pozzo, né cantina, forse un battito d’ali che si aprono e chiudono. Perché è un movimento così aleatorio?
Per il semplice fatto che non sempre si vuole sapere ciò che in quella trama s’intesse, ovvero l’impossibile, l’indicibile, l’insopportabile che la tessitura di parole veicola. Si tratta della pulsione che, proprio perché di tessitura si tratta, appare nei buchi della stessa, nelle rotture, negli strappi, nei bordi e negli orli sfilacciati. Possiamo pensare l’inconscio, infatti, come un bordo che si dilata e si restringe, si apre e si chiude.
Quando Lacan, dirà che l’inconscio ha la stessa struttura del linguaggio, non fa che evidenziare ciò che aveva già scoperto Freud con i lapsus, gli atti mancati, il sogno, ecc.
Intorno a questo bordo che è l’inconscio, intorno a questa pulsazione vibra, dunque, l’incontro delle parole con il corpo. Poiché l’inconscio si situa a livello del linguaggio, ha struttura di linguaggio e, in quanto struttura, include dei buchi lasciando spazio all’invenzione di ciascuno a partire da ciò che non si decifra, a partire da ciò che nel sintomo rimane senza interpretazione.

Mary Nicotra