Quale rapporto?

“ Non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere nell’inconscio”

E’ una frase che quando Lacan la pronunciò fece scalpore e scandalo. Cosa vuol dire che non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere tra gli uomini e le donne?

Quale rapporto?

E’ un concetto complesso ma fondante della psicoanalisi lacaniana, chi vuole approfondire può iniziare la propria ricerca… ci sono tanti modi per incontrare qualche appiglio teorico sui testi di Lacan che ne dicano qualcosa, ad esempio il seminario Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante e il Seminario XX Ancora ma ciò che può dirne qualcosa sul proprio modo singolare di fare con questa non iscrizione del rapporto sessuale è la propria analisi personale portata avanti fino alla fine.

Si entra in analisi per via di una sofferenza, che è una soluzione sintomatica.

Perchè è una soluzione?

E’ l’unico modo con cui il soggetto si trova a poter fare davanti ad un punto di impossibile che riguarda questa iscrizione. Ciascuno deve far fronte a questa impossibilità di iscrizione con il proprio corpo senza poter trovare soccorso in alcun discorso stabilito che con le sue regole ordina e sistematizza i godimenti. E’ una faccenda che riguarda il corpo, il corpo sessuato e il godimento. Ciascun essere parlante trova delle soluzioni per far fronte a questa non iscrizione non tanto sul piano della padronanza dell’Io, della consapevolezza, ma per via del linguaggio inconscio proprio a ciascuno.

E’ per via del linguaggio inconscio che un corpo può ritrovarsi attratto da un altro corpo.

Ora dal momento che la faglia che costituisce il rapporto sessuale impossibile non è colmabile, ne consegue che le invenzioni e i sintomi si situano proprio in quel vuoto. Sono soluzioni che anche generano insoddisfazione, che portano con sé un lamento, una sofferenza, ma che costituiscono una soluzione, l’unica che si è riusciti a trovare per fare con questa non iscrizione.

Penso, ad esempio, ad una donna pervasa dal senso di colpa perché ad un certo punto, e proprio a partire da una contingenza, ascoltando una telefonata del marito con l’amante, lascia la propria casa e i figli e va via, perché per lei era a quel punto diventato insopportabile essere “una delle tante per suo marito” che la tradiva e non faceva nulla per nasconderlo da anni.

Penso a qualcun altro che, in una relazione tormentata con il proprio marito, che continua ad essere per questa donna ‘l’uomo della sua vita’ non è mai riuscita a dirgli che il loro amato figlio, è stato il frutto di una sua relazione clandestina.

Penso ancora a qualcun altro che davanti all’impossibile del rapporto sessuale con l’altro sesso, sceglie di mettere in atto l’amore al di fuori del sesso, “un matrimonio bianco” con un amico gay con cui ha una grande intesa intellettuale e che quando questi le comunica che desidera il divorzio per sposarsi in Spagna con il suo nuovo compagno, lei dice di sè di essere ‘frantumata’ e ‘distrutta’ .

Penso a qualcuno ad esempio che, dopo la morte dell’odiato marito, all’improvviso vede comparire nella propria vita i cosiddetti attacchi di panico.

O qualcun altro che sprofonda in una grave depressione lenta, senza un’apparente ragione, fuori senso, solo dopo molti anni che “ lui è andato via con un’altra”, quando lo rincontra per caso con i nipotini frutto della sua nuova relazione nel centro cittadino.

In tutti questi casi, quando qualcosa di una soluzione se pur imperfetta e insoddisfacente si destabilizza, il sintomo può costituire un appoggio, un inizio di narrazione, che può abbozzare una soggettivazione.

All’inizio dell’analisi prevale la sofferenza del sintomo. Alla fine di un analisi il Sinthomo, così come l’ha definito Lacan, sarà l’invenzione particolare del soggetto.

Il primo passaggio in analisi è la messa in forma, la costruzione del sintomo, anche prima della formulazione di una domanda. E’ un lavoro preliminare. Di per sé l’interrogazione sul senso del sintomo è la base della domanda, che da richiesta d’aiuto diventa domanda di sapere e credenza di una propria responsabilità nella sofferenza. “ Cosa c’entro in quello che mi succede’” .

Il lavoro psicoanalitico permette di aprire il sintomo e di coglierne il valore di messaggio all’Altro, fino ad arrivare al godimento pulsionale compreso nel sintomo. Il sintomo rivela di non essere solo “messaggio la cui parola deve essere liberata” ma soprattutto un modo di imbrigliare il godimento in eccesso.

Ci si rivolge ad un altro, un altro a cui suppone un sapere sul proprio sintomo, lo psicoanalista.

Effettivamente una psicoanalisi inizia con la messa in forma di un sintomo, come dicevo prima, che include il partner analista. Sintomo che appare all’analizzante come un enigma da risolvere, un enigma che racchiude una verità e un sapere nascosti. Sarà l’analizzante stesso che si metterà al lavoro. E voilà, per la via del transfer “il soggetto si abbona all’inconscio che deve avvenire”. La via della decifrazione, con un effetto di verità e con uno sviluppo di senso, possono produrre un effetto terapeutico, può succedere che si incominci a stare meglio. Ma non è questo il punto sul quale si gioca la scommessa della psicoanalisi. C’è un ‘non ne voglio sapere” iniziale che deve creare una nuova alleanza con la pulsione affinché il sintomo, che procurava sofferenza, si trasformi in modo tale che il soggetto possa accettare la particolarità del proprio godimento, non senza un resto indicibile, però.

Effettivamente è tramite la presa in conto delle tracce della lingua di ciascuno sul corpo che può aprirsi l’accesso alle risorse dell’uno per uno dell’essere parlante affinché produca soluzioni uniche e invenzioni singolari, che non hanno a che fare con l’adattamento né con il comportamento.

Pubblicato da

marynicotra

psicoanalista lacaniana, psicoterapeuta

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