Iniziare un’analisi, quando il reale bussa alla porta

IMG_2013Ci sono vite che sono impregnate di un malessere diffuso, costante, a cui ci si abitua, di cui ci si lamenta ma che in qualche modo sono l’unica vita che si riesce a vivere.
Sono vite che spingono ad una ricerca, una ricerca che passa per molte vie, che fa bussare a molte porte, che fa appello a specialisti in tutte le loro eccezioni.
Ognuno cerca le sue vie, i suoi incontri, a partire da sé e a ciò che incontra sulla propria strada. Ma capita anche che dopo un leggero sollievo, tutto torna come prima, si ripete uguale, con sfumature diverse, ma identico a se stesso.
E’ l’effetto suggestione a dare questo sollievo. Freud, in un suo scritto “ Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi”, lo descrive così “abbastanza spesso la traslazione può allontanare da sola i sintomi del male, ma in questo caso solo transitoriamente. (…) e aggiunge, per puntualizzare in che cosa si caratterizza un trattamento psiconalitico, che “Il trattamento merita la denominazione di psicoanalisi solo quando l’intensità della traslazione è impiegata per vincere le resistenze. Solo allora diventa impossibile continuare a stare male, anche se la traslazione è stata di nuovo sciolta, come era il suo destino”
Per uno psicoanalista non si tratta di incarnare l’Altro pieno che sa qual e’ il bene del soggetto, utilizzando il potere suggestivo per dirigere l’analizzante in base ai propri significanti, nella promessa di un’ipotetica restituzione di un’immagine perduta, ma si tratta piuttosto di aprire al soggetto un’altra dimensione quella dell’al di la’ della domanda che permetterà al soggetto di confrontarsi con la questione del proprio desiderio; in essa gli si rivelera’ il carattere fondamentalmente pulsionale della domanda.
Quando iniziare un’analisi, dunque?
Per tornare alle vite di ordinaria insoddisfazione e di malessere diffuso…
un giorno succede che l’omeostasi che si era creata, se pur nel malessere, non regge più.
L’annodamento si sfilaccia, qualcosa precipita, la sofferenza si fa acuta, insopportabile, non si riesce più a trovarne un filo.
E’ l’angoscia che si presentifica.
Che cos’è l’angoscia? Per Freud è un segnale che non ha un’utilità ma una funzione: causa la rimozione dando avvio alla formazione del sintomo. Lacan riparte da Freud per dire che l’angoscia è un “segnale del reale”, è cioè il segnale di un godimento che precede il desiderio, o meglio, essa è logicamente necessaria alla sua costituzione.

La sofferenza e l’incomprensione che caratterizzano l’angoscia non permettono a coloro che ne patiscono di darle il posto di un sintomo.

La sua ripetizione accentua la minaccia che essa veicola e la sua opacità non offre speranza di una significazione che comincerebbe a orientare nella ricerca della sua origine.

Lo scatenamento di uno stato di angoscia, come il sopravvenire di una crisi ancora più improvvisa, sembrano separare il soggetto dalla sua storia.

Ecco che ci si rivolge all’Altro.
“ Non ce la faccio più‘ dice A. al primo incontro, “Sto malissimo. Non posso più andare avanti così, qualcosa deve cambiare”.
Freud, sempre nello stesso scritto, mette ben in rilievo che ”il motore primo della terapia è la sofferenza (…) e il desiderio di guarigione” .
E’ così che si può effettivamente decidere di fare appello ad uno psicoanalista – si soffre e si vuole smettere di soffrire – .
Freud aggiunge “la grandezza di questa forza motrice viene diminuita da parecchi fattori che si scoprono soltanto nel corso dell’analisi, soprattutto dal “tornaconto secondario della malattia” .
Questa frase apre su una questione importante che determina la differenza sostanziale tra l’inizio di un’analisi e un lavoro preliminale di analisi. L’entrata in analisi non coincide con il rivolgersi ad un’analista, ma ha a che fare piuttosto con l’articolazione tra domanda e desiderio inconscio.
Lacan ne parla in termini di rettifica soggettiva. come di un momento logico in cui, all’inizio di una cura, il soggetto nel suo dolore e lamento si accorge che ciò che gli succede non è solo il risultato di un destino avverso, ma che egli stesso è implicato in ciò che gli succede, che ci mette del suo nella produzione di quel sintomo, accettando di non saperne nulla e affidandosi alla regola fondamentale della psicoanalisi per come l’ha definita Freud: l’associazione libera.
“L’inconscio è qualcosa che parla del soggetto, aldilà del soggetto, anche quando il soggetto non lo sa, e che ne dice più di quanto creda” scrive Lacan nel seminario III.
E’ così, quando si varca quella soglia, che la psicoanalisi offre un ascolto al soggetto dell’inconscio che permette al soggetto di assumere la responsabilità del proprio desiderio.

Mary Nicotra

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