Un buco (nel) reale

goccia acqua         Il lutto ha bisogno di un suo tempo, dei suoi rituali e delle sue lacrime affinché la perdita radicale di una persona amata possa trovare una sua collocazione nella storia di ogni individuo. Nella contemporaneità si assiste a un’impazienza generalizzata che mal sopporta la possibilità soggettiva di un’elaborazione del lutto e oggi nel DSMV si parla di disturbo da lutto persistente complicato quando la persona che ha subìto la perdita di un caro ha presentato alcuni sintomi nell’arco dell’anno successivo, in maniera persistente e predominante.

La nostra epoca si ribella al reale, rifiuta la perdita ed esige che l’oggetto sia a disposizione ed è per questo che vuole far sparire la sua sparizione, annullando il dolore della perdita.

Con la psicoanalisi impariamo che per ciò che concerne il lutto è in gioco il rapporto del soggetto con l’oggetto e Lacan nel Seminario Il desiderio e la sua interpretazione precisa che il processo del lutto permette di cogliere qualcosa intorno al “rapporto paradossale che sussiste tra il fantasma e la relazione oggettuale”.[1] Fantasma che si costruisce nell’interrelazione tra il soggetto e i suoi oggetti pulsionali, ma anche nella relazione con quelle persone che hanno avuto per il soggetto un ruolo fondamentale: in primis la madre, ma anche il padre.

E’ un’indicazione clinica molto importante.

Nel saggio del 1915, Lutto e melanconia, Freud affronta la questione del lutto in senso molto ampio, facendo riferimento alla perdita di un essere caro ma anche alla perdita di un ideale che occupa il posto di oggetto. In questo testo Freud si concentra sulla melanconia e facendo dei riferimenti alla condizione umana del lutto permette di far cogliere i punti di contatto ma anche le divergenze che si stabiliscono tra lutto e melanconia.

Rispetto al lutto scrive Freud: “l’esame di realtà ha dimostrato che l’oggetto amato non c’è più e comincia a esigere che tutta la libido sia ritirata da ciò che è connesso a tale oggetto”.[2] Freud definisce il lutto come un processo intrapsichico che consente al soggetto di staccarsi gradualmente dall’oggetto scomparso attraverso un sovrainvestimento su ogni dettaglio, ogni ricordo, che lo lega ad esso per potersene in seguito distaccare.

Lacan,nella lezione del 3 Luglio 1963 del Seminario L’angoscia,dice:“Freud ci fa notare che il soggetto del lutto ha a che fare con un compito che sarebbe quello di consumare una seconda volta la perdita dell’oggetto amato provocata dai casi del destino”.[3]

Vi è dunque in gioco una logica della ripetizione dei significanti e delle immagini legate al defunto.

Un processo che avviene non senza resistenza da parte del soggetto, così come sottolinea Freud: “contro tale richiesta si leva un’avversione ben comprensibile, si può infatti osservare invariabilmente che gli umani non abbandonano volentieri una posizione libica, neppure quando dispongono già di un sostituto che li inviti a farlo “.[4]

Questi elementi in gioco possono offrire ancora qualche indicazione preziosa per la clinica anche per come Lacan nel capitolo XVIII del Seminario Il desiderio e la sua interpretazione chiede: “in che cosa consiste il lavoro del lutto”?[5]

Sono in gioco gli aspetti più evidenti che riguardano il dolore del soggetto e il suo rapporto con l’oggetto scomparso e “in altri termini, il lutto, che è una perdita vera, intollerabile per l’essere umano provoca per lui un buco nel reale (…). La dimensione veramente intollerabile offerta all’esperienza umana non è l’esperienza della propria morte, che nessuno ha, bensì quella della morte di un altro, che sia per voi un essere essenziale”.[6]

Lacan ripensa il lutto attraverso un’articolazione topologica dei tre registri: simbolico, immaginario e reale[7] e precisa che la perdita nel lutto costituisce un buco nel reale. Nella psicosi questa topologia è rovesciata, trattandosi invece proprio di un buco nel simbolico (la forclusione del nome del padre) che ritorna nel reale. Il lutto è un buco nel reale e ritorna per il soggetto attraverso il simbolico, mentre nella psicosi è un buco nel simbolico e ritorna nel reale.

Si potrebbe dire che questo ritorno nel simbolico nel lutto corrisponde, da un punto di vista clinico, a quei dettagli che Freud richiama nel dire che emergono nella memoria particolari del defunto e ricordi associati allo stesso che insistono a rendersi presenti nella memoria.

Se i rituali del lutto hanno la funzione di velare il buco con dei significanti, evocando la memoria del defunto, nulla può effettivamente colmare questo buco. Proprio perché attraverso la morte di un essere amato il significante della mancanza nell’Altro si rivela “(…) questo buco offre il posto in cui si proietta precisamente il significante mancante“[8], dal momento che “non si tratta di un significante qualunque ma del significante essenziale alla struttura dell’Altro”,[9] un significante assente che “rende l’Altro impotente a darvi la sua risposta”,[10] dunque una risposta che non può venire dall’Altro del simbolico ed è per questo che con la morte il significante della mancanza nell’Altro si rivela in tutta la sua dimensione cruda e netta. “Questo significante trova il suo posto qui e al tempo stesso non può trovarlo, perché questo significante non può articolarsi a livello dell’Altro”.[11]

E’ un significante che si può pagare“solo con la vostra carne e con il vostro sangue. E’ essenzialmente il fallo sotto il velo”[12] e se questo velo si leva si scopre che al di sotto non c’è niente, oppure per dirlo in altro modo, che c’è il niente della castrazione come principio attivo del desiderio che chiama in causa la mancanza e l’oggetto perduto.

Condizione di cui si può fare esperienza in analisi ma che nei vissuti della persona in lutto, nell’impossibilità di sollevare quel velo, come nella psicosi, al posto del significante entra in gioco il registro immaginario e pullulano tutte le immagini che rientrano nei fenomeni del lutto. L’immagine serve a tappare il buco. Il reale non permette al simbolico di colmare il buco e l’immaginario viene in soccorso. E’per questo che Lacan, nel suo commento all’Amleto, mette in rilievo l’importanza cruciale del gioco simbolico legato ai riti funebri affinché l’esperienza radicale e reale del lutto per possa permettere all’individuo non da solo, ma in una dimensione collettiva, di trovare una sua via per fare con il buco reale.

 

Mary Nicotra

testo pubblicato in IL DESIDERIO. La sua interpretazione e la sua causa. A cura di M.L. Katch, annuario dell’Antenna Clinica IPOL, Antigone Edizioni, Torino, 2017-

 

[1]J.Lacan, Il Seminario, Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione (1958-59), Einaudi, Torino 2016, p.372.

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[2] S.Freud, Lutto e Melanconia (1915), in Opere, Vol. 8, Boringhieri, Torino 1989, pag.103.

[3] J.Lacan,Il Seminario, Libro X, L’angoscia (1962-1963), Einaudi, Torino 2007, p.366.

[4] J.Lacan,Il Seminario, Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione (1958-1959), Einaudi, Torino 2016, p.371.

[5] Ibid. p.370.

[6] Ibid. p.371.

[7] R.Adam,Le deuil:travail, traversès, coupure in Qu’appelle.t-om faire son deuil? 40^ rencontre: 30,31janvier et 1 fèvrier 2015, Montreal,Sèminaire du Champ Freudien, Actes du Pont freudien Confèrence et sèminaires.

[8] Ibid. p.371.

[9] Ibid. p.371.

[10] Ibid.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

Annodamenti e sessualità

 

Il contesto culturale in cui Freud rifletteva sulla differenza dei sessi vedeva da un lato le riflessioni della scienza e dall’altro il dibattito sociale sostenuto dal movimento femminista emancipazionista. Oggi siamo in un altro tempo. I teorici del queer  con  una messa in discussione dell’unità, stabilità e utilità politica delle identità sessuali, hanno contribuito in modo significativo al ripensamento sul significato di genere e di transgender. Nel discorso sociale non esistono più due modi di nominare i sessi, ma neanche tre o quattro, assistiamo piuttosto a una proliferazione di nominazioni: uomo, donna, transgender, cisgender, transessuale, queer, solo per citarne alcuni.
Lacan scrive in L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud che “la cabina offerta all’uomo occidentale per soddisfare i suoi bisogni naturali (…) sottomette la sua vita pubblica alla legge della segregazione urinaria”[1]. I

n questo modo, richiamando l’insegna delle due toilette uomo-donna ci indica come il soggetto è chiamato ad assumere, a fare suo il significante uomo o donna per poter varcare l’una o l’altra soglia. Assumere il proprio essere sessuato richiede una simbolizzazione, ma prima con Freud e poi con Lacan impariamo che essa non sarà sufficiente ad assumersi il proprio sesso, poiché nell’inconscio la differenza dei sessi non si scrive.
Con l’elaborazione dell’ultimo Lacan impariamo che ciò che fonda il nome per ciascuno non dice del simbolico in gioco, ma del reale che c’è nel lalingua, quale dimensione particolare farcita di godimento. Lalingua è ciò che c’è di più specifico di ogni parlessere. ed è ciò che veicola il godimento. Quando Lacan durante la lezione del 9 Aprile del 1974 del Seminario Les non-dupes errent dopo che aveva introdotto le formule della sessuazione pronuncia questo frase: “L’essere sessuato non si autorizza che da sé” e aggiungerà “ (…) il fatto che lo si classifichi maschio o femmina, ciò non impedisce che il soggetto abbia la scelta”[2]  non mancherà di far sentire che questa scelta non avviene sul piano dell’Io (l’ich freudiano) ma si tratta piuttosto del situarsi dal lato del godimento donna o dal lato del godimento uomo e che esiste un reale in gioco, un referente indicibile, che condiziona il rapporto del soggetto con il sesso. Reale di cui Lacan ci dà una definizione precisa, nel seminario che tiene a Caracas nell’agosto del 1980, nominandolo come aveva già fatto come il terzo dei tre registri, insieme all’immaginario e al simbolico e aggiungendo che “[…] rimane costantemente raffigurato tramite una retta infinita, ossia con un cerchio non-chiuso che essa suppone. È questo che fa sì che esso non possa essere ammesso se non come non-tutto”[3], non imbrigliabile nel simbolico, sfugge, non si dice, è ciò che in una cura si produce al peggio, al nocciolo di cui non si vuole sapere nulla.
Lacan negli anni ’70 non mancherà di farci cogliere l’evanescenza della funzione paterna che per lungo tempo aveva organizzato tutti i livelli del legame sociale e centrerà il suo interesse sulle possibili scritture del non-rapporto sessuale in termini logici, laddove il fallo non è altro che un significante che permette di velare una parte del godimento del soggetto e compare dunque come sembiante del godimento[4]. “Dal 1971 Lacan considera il fallo un ostacolo al rapporto sessuale. Prima sembrava che qualcosa del rapporto sessuale potesse scriversi per la via dell’identificazione all’essere il fallo o all’averlo. Ora il fallo è un ostacolo al rapporto, poiché il godimento fallico, fuori corpo, non dice niente del femminile in cui è in gioco un godimento del corpo”[5].  Il fallo come significante procura una sembianza ma non colma lo scarto tra l’identità così detta sessuale e l’identità relativa al godimento.[6]
Nell’incontro con soggetti della contemporaneità che si definiscono transgender, queer, transessuali, ftm, mtf, ecc, si constata che i nuovi modi di nominarsi non fanno che mettere in rilievo che è in un annodamento singolare che il soggetto può costituirsi come sessuato. Si tratta dunque di tenere in conto lo sforzo che il soggetto compie per annodare, in altro modo, il suo rapporto alla sessualità dal momento che i sembianti ricevuti sono inoperanti per lui.

[1]J. Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud, in Scritti Vol. 1,., Einaudi, Torino, 2002, p.494.
[2]J. Lacan, Le Séminaire, livre XXI, Les non-dupes errent (inedito), lezione del  9 aprile,1974 .
[3] J.Lacan, Il seminario di Caracas,“ La Psicoanalisi ”, N. 28, Roma, 2000, p.12.
[4] F.Fajnwaks, Lacan et les theeries queer:malentendus et méconnaissances, in F.Fainwaks, C. Leguil, Subversion lacanienne des thèories du genre, Ed.Michelle, Paris, 2015, p.25.
[5] R.E.Manzetti Crisi di identità sessuate  in  sito  SLP  – documenti – http://www.slp-cf.it/documents/345608/387016/Crisi-identita-sessuate.pdf
[6] F.Fajnwaks, Lacan et les theeries queer:malentendus et méconnaissances, in F.Fainwaks, C. Leguil, Subversion lacanienne des thèories du genre, Ed.Michelle, Paris, 2015, p.25.

Mary Nicotra

 

 

*testo pubblicato sul sito della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi come dibattito preparatorio al Convegno nazionale del 2017, a questo link

Annodamenti e sessualità

I detriti della Lalangue*

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Dire qualcosa dell’ultimo insegnamento d Lacan è molto complesso non tanto perché i concetti sono difficili, ma perché J.Lacan di pari passo con la sua elaborazione è sempre più stringente, sempre più vicino a quell’indicibile che c’è del reale e nei suoi ultimissimi testi questo è assolutamente percepibile. Ora per come per ognuno si produce questa difficoltà dipende da ognuno. Se è qualcuno che è in un certo tempo della propria analisi e dunque incomincia a cogliere non solo intellettualmente ma soprattutto attraverso l’esperienza analitica che cosa il reale per lui, che posto occupa il sapere nella sua vita, che posto occupa l’altro, cosa presuppone all’Altro o non presuppone ecc ecc. Si troverà in un posizione diversa da chi invece è in un altro tempo della propria elaborazione oppure da qualcun altro ancora che è nel tempo in cui il suo incontro con Lacan passa dalla lettura dei testi. Per questo è molto importante ricordare che la psicoanalisi non è una filosofia, è una pratica che produce degli effetti e si incontra con la filosofia su un terreno dove per vie diverse è in gioco un desiderio che si intreccia con il sapere.

Dunque leggere i testi di Lacan può prendere molte vie i cui due estremi possono essere, da un lato il desistere, rinunciare anche un po’ infastiditi perché non sono, a detta di molti, comprensibili, dall’altro tentare di comprendere il discorso aggrappandosi a fili di sapere che ci appartengono e tentare di riannodarli anche un po’ immaginariamente e c’è anche una terza via, lavorali insieme ad altri, interrogandoli collettivamente in un dispositivo che Lacan, all’interno della propria Scuola ha chiamato Cartello, il cui scopo non è tanto la comprensione, ma direi così, un attraversamento del testo insieme ad altri, che ha una struttura ben precisa 4 +1 cioè di 4 più 1 che si incontrano e lavorano intorno al sapere psicoanalitico.

Comunque, torniamo all’ultimo insegnamento di Lacan. per introdurre almeno uno dei concetti che sono presenti nel testo il Sintomo che trovate nella Psicoanalisi n. 2 .
Si tratta di una conferenza che fu tenuta da Lacan il 4 Ottobre del 1975 al Centro Raymond de Saussure durante un fine settimana di lavoro organizzato dalla Società Svizzera di psicoanalisi, il cui auditorio era composto da membri della Società e da invitati. In questo testo riprende alcuni concetti molto importanti del suo ultimo insegnamento. Scelgo di prendere un filo che riguarda il concetto di lalangue che Lacan introduce dal 1971 in poi, dunque nel suo ultimo tempo di insegnamento, tempo in cui concetti come parlessere e godimento sono centrali nel suo insegnamento. C’è un passaggio importante dal primo insegnamento di Lacan al suo ultimo, prima c’era il primato del simbolico e la riflessione teorica di Lacan era incentrata intorno alla questione dell’inconscio strutturato come un linguaggio e alla produzione del soggetto dell’inconscio, era una clinica orientata dal simbolico, una clinica del significante. Nel suo ultimo insegnamento parlerà di parlessere proprio per rendere conto del fatto che il linguaggio con i significanti che provengono dall’altro sin dalla nascita toccano il corpo, nel senso che il corpo diventa corpo proprio a partire dal fatto che è toccato dal linguaggio.Lacan in questa conferenza ci ricorda come il modo con cui è stato instillato un modo di parlare rispetto al figlio può portare il senso di come i genitori l’hanno accettato. Ci dice qualcosa di come c’è un segno del desiderio che si è scritto. Infatti dice instillato non percepito. Instillato, impregnato nel corpo. Il flusso di parole e di frasi che il bambino riceve senza capirne il senso, prima che sia capace di costruire una frase a partire dalle prime parole che riesce a dire prova che c’è “un colino che l’acqua del linguaggio attraversa lasciandovi qualcosa al passaggio, qualche detrito”
Questi detriti toccano il reale hanno un’assonanza sonora con ciò che si è ricevuto e come precisa Lacan “con cui si metterà a giocare e con cui bisognerà che faccia i conti”. Il modo con cui ogni individuo coglierà la particolarità della lalingua parlata produrrà, attraverso ogni sorta di intoppi, ogni sorta di modi di dire ciò che Lacan chiama in questa conferenza coniando un neologismo moterialisme (parola e materialismo) e “in questo termine risiede la presa dell’inconscio” e dunque come lalingua ricevuta abbia effetti e fa sì poi che ognuno trovi con il sintomo un sostentamento attraverso la costruzione di un senso.
Ma che cosa è dunque la lalangue?
Intanto possiamo dire che ciò che distingue lalangue dalle lingue, così come Lacan lo dice in Television, è che lalangue non ha significato, non punta al senso, non produce senso . lalangue a differenza della lingua non risponde a nessun significato convenzionale, così come invece succede per la lingua. lalangue non è riducibile al simbolico, è impregnata di godimento o meglio lalangue di quel soggetto lì produce degli effetti sul modo di godere di quel soggetto lì.
Inoltre si gioca un paradosso, Lalingua dice della parola univoca così come è stata ricevuta, i detriti che si trattengono e con cui bisogna fare i conti, come dicevamo prima, ma allo stesso tempo apre all’equivoco e infatti Lacan in questa conferenza non mancherà di farci degli esempi dove è una questione di assonanza fonetica – non distingue il senso della parola.

Nel 1972 nel Lo storditoL’etourdit che pronunciato alle orecchie suona anche come Les-tours-dits – i giri del dire – che sono quelli che Lacan fa proprio in questo testo per mostrare all’estremo il tratto unario, la differenza, l’oggetto del desiderio dell’analista che non si situa né nei detti né in ciò che l’analista ascolta. Non si situa neanche nel discorso dell’analista inteso come discorso che intrattengono analista e analizzante o di quello che si produce, ma che è attento, piuttosto, al dire dell’analizzante quando si esauriscono le associazioni, quando si è essiccata la significazione (immaginaria) e asciugato il senso (simbolico), lì il desiderio dell’analista punta al reale, con il taglio di senso nell’epifania del transfert e del suo sembiante. Ogni analista ma anche ogni analizzante può testimoniare del fatto che in analisi ci si lamenta del discorso dell’Altro parentale, di ciò che è stato detto, di ciò che simbolicamente è mancato, di ciò che ha ricevuto o non ricevuto. Lacan con il suo ultimo insegnamento non misconosce l’importanza degli effetti del discorso dell’Altro ma ricolloca il punto di impatto del peso del discorso dell’Altro al peso della lalangue che si produce a partire dall’ascolto dell’Altro. Il reale è l’indicibile ed è strettamente connesso con lalangue. Reale perché è fuori dalla catena significante e dunque fuori senso ed è enigmaticamente connesso al godimento.Il reale ha un’incidenza che si produce nel linguaggio e l’interpretazione si posa proprio sull’equivoco della lalangue. E’ questo un punto cruciale perché fa cogliere quel passaggio fondamentale dell’insegnamento dell’ultimo Lacan rispetto ad una clinica che prima era orientata dal simbolico e adesso è orientata dal reale.

 

*Il testo del reale- seminario di psicoanalisi – Manituana – Torino
L’ultimissimo insegnamento di Lacan
Intervento di Mary Nicotra- 29.03-2016

Una solitudine radicale

 

La solitudine è una condizione ineliminabile dalla vita e  fa eco , almeno per me, ad una frase che mi è capitato di ascoltare più volte,all’interno del lessico familiare. ma ereditata da un detto di Cesare Pavese “ Inutile piangere, si nasce soli, si muore soli’

La solitudine originaria ci accompagna per tutta la vita, cambia e prende forme diverse anche a partire dalle epoche in cui viviamo.

C’è una solitudine  che spienge al ritiro dal legame sociale promossa dalla spinta al consumo di oggetti. Ma ce ne accorgiamo… e’una solitudine che testimonia dell’impossibilità di saturare la mancanza e vani sono i tentativi di passare da un oggetto all’altro…

C’è anche la solitudine della nevrosi stessa: il pensare ruminante dell’ossessivo, il sottrarsi dell’isteria, l’evitamento fobico. E’ la solitudine che non cessa di scrivere il sintomo nevrotico di cui ci si lamenta e si soffre.

Di per sè, la solitudine non è una condizione negativa.

La psicoanalisi ci insegna che c’è una solitudine radicale che è preludio necessario per ogni atto di invenzione.

Lacan nel  seminario  XXIV “L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre” del 1976-77 che è pubblicato in parte su Ornicar? nnº 12-15 e tradotto in italiano, dice che si parla da soli e si dice sempre lo stesso a meno che non si incontri un’analista.

Perché?

Perché l’analisi è un’esperienza in solitudine con un altro, l’analista. In solitudine ma non da soli.
L’analisi è un’esperienza che permette all’essere parlante, al parlessere, di trovare un’invenzione singolare a partire dalla propria solitudine radicale.

Lacan ce lo ha dimostrato con l’atto di costituzione della Scuola e ogni analista/analizzante ne fa esperienza.

Quando si produce un atto creativo che offre un nuovo significato alla propria esperienza, ci si trova soli davanti a quell’atto, non ci sono orme da seguire, si nasce e si muore e si rinasce ogni volta e ciò può avvenire solo dall’assunzione soggettiva della propria solitudine radicale.

 

Mary Nicotra

Un battito d’ali di farfalla

Vi è una idea diffusa, un luogo comune, quando si parla di inconscio, e cioè che l’inconscio sia un luogo buio, misterioso, una specie di pozzo o cantina dove sono ammassati ricordi sommersi che riguardano la storia e la vita di una persona.
Ma è questa la scoperta dell’inconscio per Freud?
Per Freud l’inconscio è di un’altra stoffa.
Facciamo un passo indietro….
Freud, e medico e neurologo ancora giovane assiste al trattamento ipnotico praticato da medici come Ternheim e Charcot in Francia. Era il tempo in cui l’utilizzo dell’ipnosi aveva messo in luce che parte dei processi psichici non erano immediatamente accessibili alla coscienza.
In questo caso le forme di inconscio si riferivano al non-conscio, al più o meno conscio, a qualcosa che verrebbe prima della coscienza. Qualcosa però di questa pratica non basta a Freud, non si accontenta, non lo convince.
Anzi in Psicologia delle masse e analisi dell’Io, nel 1921, Freud scrive a proposito del metodo ipnotico: “Quando un malato che non si dimostrava arrendevole veniva redarguito con le parole ‘Ma cosa fa? Voi vi contro suggestionate!’, mi dicevo che questa era una palese ingiustizia e un atto di violenza. Se si tentava di soggiogarlo con la suggestione, l’uomo aveva certamente il diritto di contro suggestionarsi”. Dunque ciò che in primis Freud critica di questo metodo è che la posizione del curante è una posizione che non fa posto al soggetto, soggetto dell’inconscio, non lo lascia parlare, gli chiede di stare zitto e di lasciarsi suggestionare.
Al rovescio l’inconscio che Freud ha scoperto , è fatto innanzi tutto di parole, parole che si inanellano fra di loro, che si possono ascoltare.
E’ proprio così che Freud inventa l’inconscio, ascoltando le parole dei pazienti. Leggendo i casi clinici di Freud più famosi è ciò che si impara: Anna O., Dora, la giovane omosessuale, l’uomo dei topi, l’uomo dei lupi, e anche gli incantevoli discorsi di un bambino di quattro anni: il piccolo Hans, ci aiutano a cogliere che è proprio quando Freud – rinunciando alla posizione di chi sa – e si sottomette alla parola delle e dei suoi pazienti che emerge, nel racconto dei sintomi di cui si lamentano e che li affliggono, che i sintomi stessi sono portatori di un sapere. Lasciar parlare quei sintomi non solo ha effetti terapeutici, a volte con la remissione del sintomo stesso, ma, là dove si interroga quello che si presenta come un sapere evidente, ne emerge un altro che non era conosciuto, di cui non se ne sapeva nulla, ma che comunque generava un lavorio e aveva una sua incidenza.

Freud ha reperito l’inconscio negli inciampi della parola: lapsus, dimenticanze, motti di spirito, e nel sogno che si legge come un rebus e anche un testo che appare anche confuso, insensato, con dei vuoti nella narrazione e dove tempo e luogo non rispettano la logica di senso

E’ grazie alla posizione che Freud assume nella cura, da una posizione di chi ascolta, si sottomette alla parola, sta zitto, e lascia posto alla parola del soggetto, che ha potuto cogliere l’importanza degli effetti che la parola ha sul corpo, perché di questo si tratta.
L’inconscio di Freud non è dunque un luogo misterioso e come dice Lacan, non è la caverna dalla quale Platone guidava le persone verso l’uscita. L’inconscio ha sì un ingresso ma è un ingresso particolare: si apre e si chiude all’istante, un battito di ciglio, un battito d’ali di una farfalla.
Per l’analista si tratta innanzi tutto di tendere l’orecchio alla chiamata perché l’inconscio si apra E’ solo con un ascolto attento alle parole dell’analizzante che un analista, senza la pretesa di sapere la verità, può spendersi affinché l’inconscio si apra. Al tempo stesso, se l’analista non si precipita a saturare con un sapere e un’interpretazione che avrebbe la pretesa di rimettere a posto le cose, mettendo a tacere il sintomo, l’attimo di tale apertura porta alla luce un sapere del soggetto a lui stesso sconosciuto, un sapere che lo sorprende e che si metterà al lavoro producendo, per esempio, un sogno, un ricordo, un lapsus, una dimenticanza, quelle che si chiamano formazioni dell’inconscio che costituiscono la trama di una storia che il soggetto riscrive lungo l’esperienza analitica. Niente pozzo, né cantina, forse un battito d’ali che si aprono e chiudono. Perché è un movimento così aleatorio?
Per il semplice fatto che non sempre si vuole sapere ciò che in quella trama s’intesse, ovvero l’impossibile, l’indicibile, l’insopportabile che la tessitura di parole veicola. Si tratta della pulsione che, proprio perché di tessitura si tratta, appare nei buchi della stessa, nelle rotture, negli strappi, nei bordi e negli orli sfilacciati. Possiamo pensare l’inconscio, infatti, come un bordo che si dilata e si restringe, si apre e si chiude.
Quando Lacan, dirà che l’inconscio ha la stessa struttura del linguaggio, non fa che evidenziare ciò che aveva già scoperto Freud con i lapsus, gli atti mancati, il sogno, ecc.
Intorno a questo bordo che è l’inconscio, intorno a questa pulsazione vibra, dunque, l’incontro delle parole con il corpo. Poiché l’inconscio si situa a livello del linguaggio, ha struttura di linguaggio e, in quanto struttura, include dei buchi lasciando spazio all’invenzione di ciascuno a partire da ciò che non si decifra, a partire da ciò che nel sintomo rimane senza interpretazione.

Mary Nicotra

 

Relazioni messe a nudo. Una lettura psicoanalitica lacaniana*

Mi sono chiesta innanzitutto da quale posizione posso scrivere questo testo in una rivista di postfilosofie. a partire dalla tavola rotonda a cui ho partecipato durante il Festival delle Donne e dei Saperi di Genere: Nel segno delle differenze.
Chi legge, leggerà a partire dalle proprie coordinate di discorso, cioè del legame sociale in cui è presa e preso. Dunque in che modo posso dare il mio contributo in una rivista di post filosofie se non a partire dal discorso che mi determina, anche se non sempre, ma che mi determina sicuramente oggi mentre scrivo questo testo? Ciò che mi determina è il discorso analitico. Il discorso analitico che è determinato a sua volta dal soggetto dell’inconscio. L’Io non è padrone in casa propria, diceva Freud e nei lapsus, negli atti mancati, si produce il soggetto nell’istante del desiderio inconscio e delle pulsioni rigettate. Lacan aggiungerà facendo riferimento alla linguistica che il soggetto dell’inconscio è rappresentato da un significante per un altro significante. Ca parle, e il ca parle ha a che fare con l’autenticità del desiderio inconscio di cui non se ne sa nulla sul piano dell’Io. Se sul piano dell’Io è è ciò che si dice, è l’enunciato, e’ invece nell’inconscio che si produce la posizione da cui si parla, la posizione dell’enunciazione. Ci sono quindi le condizioni in cui si possono creare dei malintesi tra di noi, poiché il soggetto della psicoanalisi non è il soggetto come è inteso dalla filosofia ad esempio, e anche dei malintesi strutturalmente dati e inevitabili sempre tra esseri parlanti – parlesseri – per riprendere il neologismo di Lacan. Ma a partire da questo cercherò di chiarire alcuni punti in riferimento al tema dell’incontro a cui ho partecipato a Bari. Il titolo di quell’ incontro “ relazioni messe a nudo” evoca per me qualcosa che ha a che fare con il punto fondamentale nell’incontro tra due partner in una relazione. Relazioni messe a nudo, senza veli, senza paraventi. messe a nudo nell’effrazione che spesso strappa, buca con un indicibile la trama narrativa che ci si era costruite.
Lacan ad un certo punto del suo insegnamento, negli anni 70, dirà che “ non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere” – scrivere nell’inconscio -. L’aforisma permette di raccogliere uno dei punti fondamentali del discorso dei femminismi degli anni ’70 e cioè che il “contratto sociale” si regge su un tacito “contratto sessuale”, lo stesso che i femminismi hanno contrastato per mettere in rilievo gli effetti che si producono a partire da questa tacita regolazione della differenza e del rapporto sessuale sul piano sociale e politico dei diritti delle donne.
Non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere e’ una frase complessa, che Lacan chiarisce dicendo che non si tratta di non avere rapporto con il sesso , ma al contrario è proprio quel “non c’è” che condiziona il rapporto con il sesso e fonda due modi distinti di trovare la propria posizione sessuata, che dipende dal soggetto dell’inconscio che si situa e si riconosce sotto il significante uomo o donna, (qui si potrebbe aprire un’altro discorso rispetto alle nuove soggettività trangender o transessuali, ma magari lo lasciamo ad un’altra occasione) . Dunque il dirsi uomo o donna non è la biologia a deciderlo, è un fatto di discorso. L’aveva già scoperto Freud nel precisare che non c’è una corrispondenza data in automatico a livello psichico. Lacan riformulerà la questione posta da Freud in termini di linguaggio. La questione dell’essere uomo o donna non è naturale, biologica, è un fatto di discorso. La risposta di ciò che si deve fare come uomo o come donna è un effetto di linguaggio. In questo modo Lacan riprende la questione dell’identità sessuale, che era stata affrontata da Freud a partire dall’identificazione edipica, spostando la questione di ciò che è un uomo o una donna dal lato dei loro rispettivi godimenti. Il godimento femminile è un non – tutto dirà Lacan ma non per indicare un meno dal lato delle donne. Due logiche diverse dal lato uomo e dal lato donna che spiegano dell’impossibilità della scrittura del rapporto sessuale. Dal lato maschile il godimento è determinato dal significante fallico, è organizzato dall’universale, corrisponde alla parata. E’ a partire dall’universale che si producono gli insieme coerenti, si costruiscono così delle classi e questo risponde anche delle logiche della segregazione. Si potrebbe dire anche che nella logica fallica si punta all’oggetto di godimento (alcuni degli emblemi sono il potere, il denaro, il godere dell’oggetto sessuale), sul lato femminile il godimento non è così imbrigliabile in questa logica.E’ un godimento Altro, non tutto dicibile, non tutto determinabile dal significante fallico. Per ciò che concerne il femminile, dunque, l’ipotesi di Lacan è che non risponde alla stessa logica del maschile, cioè alla logica universale, allo logica degli insieme a partire dall’eccezione. C’è dell’indicibile nella logica del non -tutto. E’ un godimento non così prevedibile, creativo, non seriale. Dunque ciò che muove ogni moto del corpo e ciò che orienta la propria scelta verso una/un partner ha a che fare con il proprio modo di godimento.
E’ per via del linguaggio inconscio che un corpo può ritrovarsi attratto da un altro corpo. Godimento che si dispiega nelle suo declinazioni di discorsi accessibili: eterosessuale, gay, lesbico. A ciascuno il suo!
Qual’ e dunque il posto dell’amore davanti a questa non iscrizione possibile del rapporto sessuale?


L’amore non esiste senza dichiararsi, è lì a sopperire all’impossibile scrittura del rapporto sessuale e all’incapacità per il fallo di significare tutto il godimento femminile. Ciò che ogni donna chiede, anche quando fa l’amore, è che “ l’oggetto che parla” le dica del suo essere e decifri il suo godimento. Una donna non si accontenta di parole vuote, che si potrebbero rivolgere a qualunque altra, lei chiede una/un partner di parola che le permetta di essere donna, che sappia toccare il suo godimento particolare, al di là del fallo. Una donna ama colui o colei che intercetta la risposta alla questione“chi sono io”?
Relazioni messe a nudo, dunque, cosa possiamo dirne ora, dopo questa lunga premessa?
Ciascuno deve far fronte a questa impossibilità di iscrizione con il proprio corpo senza poter trovare soccorso in alcun discorso stabilito che con le sue regole ordina e sistematizza i godimenti. E’ una faccenda che riguarda il corpo, il corpo sessuato e il godimento. Ciascun essere parlante trova delle soluzioni per far fronte a questa non iscrizione non tanto sul piano della padronanza dell’Io, della consapevolezza, ma per via del linguaggio inconscio proprio a ciascuno. Ora dal momento che la faglia che costituisce il rapporto sessuale impossibile non è colmabile, ne consegue che le invenzioni e i sintomi si situano proprio in quel vuoto. Sono soluzioni che anche generano insoddisfazione, che portano con sé un lamento, una sofferenza, ma che costituiscono una soluzione, l’unica che si è riusciti a trovare per fare con questa non iscrizione. Sono molti gli esempi che si potrebbe fare per dire di queste soluzioni. La vita delle persone ne è piena. Sono soluzioni sintomatiche.E’ l’unico modo con cui il soggetto si trova a poter fare davanti ad un punto di impossibile che riguarda questa iscrizione. Qual’è dunque la molla dell’amore? Si ama colui o colei che intercetta la nostra domanda : chi sono io?1 dicevamo prima. Nell’amore la/il partner non è colei o colui che riempe quel vuoto della propria incompletezza pulsionale, colei o colui che immaginariamente ci sembra che colmi i nostri bisogni e i nostri vuoti. Il partner dell’amore è colei o colui che fa segno di un risveglio come soggetti di desiderio come esseri aperti all’incontro con l’alterità radicale dell’Altro e non semplicemente come esseri ridotti alla ricerca di una pienezza chiusa su se stessa. La dimensione relazionale aperta dall’amore risponde allora all’impossibilità dei due di fare Uno e se sul piano del godimento non esiste rapporto tra i due godimenti sessuali, sul piano del desiderio è possibile ritrovare la presenza del partner come condizione del proprio aprirsi all’Altro. È in tal senso che possiamo comprendere l’affermazione lacaniana sul fatto che solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al desiderio. Chi inizia un’analisi la inizia spesso proprio su un punto di questo tipo, qualcosa fa effrazione, le soluzioni trovate fino a quel momento non reggono più, e sulla strada dell’impossibilità di vivere in modo soddisfacente in una relazione d’amore, quando si è nel tempo soggettivo opportuno ci si può permettere di chiedersi “ cosa c’entro io con quello che mi succede?’ .Come ogni analisi può testimoniare, la psicoanalisi si occupa di ciò che fallisce, per poterlo accogliere e farsene qualcosa. C’è un ‘non ne voglio sapere” iniziale che deve creare una nuova alleanza con la pulsione affinché il sintomo, che procurava sofferenza, si trasformi in modo tale che il soggetto possa accettare la particolarità del proprio godimento, non senza un resto indicibile. Effettivamente è tramite la presa in conto delle tracce della lingua di ciascuno sul corpo che può aprirsi l’accesso alle risorse dell’uno per uno dell’essere parlante affinché produca soluzioni uniche e invenzioni singolari. Dunque quando una relazione perde i suoi veli – è a nudo – si svela nelle sue fragilità e nelle sue impossibilità ci si trova in un momento cruciale. I fallimenti, le crisi, le effrazioni che fanno trauma, se non lasciate cadere, sono momenti cruciali, in cui si può scegliere di diventare artefici del proprio destino, di non subirlo più

 

*“Relazioni messe a nudo” una lettura psicoanalitica lacaniana – Mary Nicotra*

Pubblicato su N.8 di Postfilosofie

Bibliografia
J.Lacan Il seminario. Libro XX, Ancora 1972 -1973 , Einausi, Torino, 2011
J. Lacan, Il Seminario Libro VII, L’etica della psicoanalisi (1959-1960), Einaudi, Torino, 1994
J. Lacan, Il Seminario XXI. Les non-dupes errent. Inedito

 

 

Cos’è traumatico?

Cosa è traumatico?
Mary Nicotra

Nell’attualità possiamo osservare, soprattutto nel mondo di matrice anglosassone, che si è sostituito il termine angoscia con quello di stress e disturbo post-traumatico. E’ qualcosa che fa riflettere. Certamente l’attenzione rispetto al trauma è legata all’effetto traumatico che si suppone debba prodursi rispetto a un evento esterno. Questo spiega perché in caso di eventi catastrofici vengono istituite unità di sostegno, oppure perché si creano servizi dedicati a supposte vittime di un evento che è socialmente considerato traumatico. Certamente non si tratta di escludere che certi eventi posso risultare stressanti e traumatici, ma non è possibile avvalorare l’idea di un determinismo tra evento e trauma, perché se così fosse si dovrebbe affermare che lo stesso evento catastrofico, lo stesso orrore che si può produrre in una guerra, o in una drammatica contingenza sarebbe traumatico per tutti allo stesso modo. L’esperienza clinica ci insegna che non così.
Freud.già con la nozione di Nachträglich, (a posteriori, après-coup) originariamente esposta nel Progetto di una Psicologia, aggiungerà alla concezione di trauma la dimensione temporale. Nell’elaborazione del caso dell’Uomo dei Lupi, Freud, dopo aver sostenuto che l’Uomo dei Lupi aveva assistito ad un rapporto sessuale dei suoi genitori all’età di un anno e mezzo, si chiede se effettivamente un bambino di quella età poteva già comprendere il senso di una tale scena. Si chiede se quella scena fosse frutto della fantasia o se era rimasta sospesa per essere poi elaborata in un secondo tempo quando la problematica della sessualità sarebbe diventata attuale nella vita adulta dell’Uomo del Lupi. Freud inizia a pensare che potrebbe trattarsi di una costruzione del bambino, una costruzione fantasmatica che avrebbe avuto un reale impatto traumatico. Dunque che quella scena sia stata vissuta o fantasticata, segna per l’Uomo dei Lupi il suo primo incontro traumatico con la sessualità e tutta la sua vita pulsionale vi rimarrà fissata.
Dunque, il trauma non può che avvenire dopo, Nachträglich(a posteriori, après-coup), in un secondo tempo, nel quale il soggetto potrà risignificare ciò che gli è successo nella realtà psichica, che non necessariamente ha a che fare con la realtà fattuale. L’evento primario assumerà un significato traumatico nel momento in cui il soggetto potrà integrarlo nei significanti che gli appartengono e nel prisma del suo fantasma. E’ sulla via del ritorno del tempo 2 verso il tempo 1 che compare per il tempo iniziale una significazione, la quale avrà come effetto il trauma.
Tempo 1: scena primaria respinta nell’inconscio, con la carica di affetto che l’accompagna.
Tempo 2: si produce una scena che ha un’assonanza con la scena primaria.
Trauma: si produce nella connessione tra tempo 2 e tempo 1 che conferisce una significazione alla scena primaria.
Freud, a partire dalla propria autoanalisi, aveva già abbandonato nel 1897 la sua teoria della seduzione traumatica articolando una concezione del fantasma connessa con il trauma. In questa proposta si situa il punto di viraggio concettuale. L’abbandono della teoria della seduzione mira alla supremazia della vita fantasmatica nella produzione dei traumi e dei loro effetti. Al posto del fuori senso che fa traccia, il soggetto elabora un fantasma, una costruzione inconscia che gli permette di aggrapparsi ad un romanzo che produce verità. Gli accadimenti che possono configurarsi come traumatici per un soggetto posso essere molto diversi tra loro e possono dispiegarsi in modo complesso, ma hanno in comune il fatto che sono degli accadimenti che per il soggetto sono fuori senso, suscitano angoscia, fanno segno. Già Freud in Introduzione alla Psicoanalisi, nella lezione 25, precisa che “Il problema dell’angoscia è un punto nodale, nel quale convergono tutti i più svariati e importanti interrogativi, un enigma la cui soluzione è destinata a gettare un fascio di luce su tutta la nostra vita psichica”. In Inibizione , sintomo e angoscia Freud introduce la definizione di situazione traumatica che distingue dalla situazione di pericolo. La situazione traumatica è caratterizzata dall’impotenza o impotenza psichica quando si tratta di un pericolo pulsionale e introduce il posto che l’angoscia occupa in questo processo. Per Freud l’angoscia è in relazione con l’attesa della situazione di pericolo ma la sua indeterminatezza e la mancanza di oggetto sono connesse alla situazione traumatica. L’angoscia è dunque segnale della situazione traumatica contro la quale si è completamente indifesi: pericolo esterno e pretesa pulsionale coincidono.
Freud mette in serie angoscia-pericolo-impotenza (trauma) specificando che l’angoscia è la reazione originaria all’impotenza vissuta nel trauma, reazione che è in seguito riprodotta nella situazione di pericolo come segnale di allarme. Lacan dirà che l’angoscia si rivela come la bussola che porta verso il reale. Reale inteso come quell’indicibile che colpisce in modo inatteso il corpo.Lacan chiama godimento una prova del corpo che fa vacillare il soggetto e che sarà una traccia indicibile, non rappresentabile. Godimento che in italiano potrebbe fare eco alla parola piacere, ma che, come Freud precisa in Al di là del principio di piacere introducendo la pulsione di morte, il godimento ha a che fare con ciò che fa marchio per il soggetto. Ciò che può marcare un soggetto è un’esperienza di sofferenza e se i soggetti ripetono, a loro insaputa, delle esperienze di sofferenza è nel tentativo incessante di riappropriarsi di una prova a cui sono stati fissati a livello inconscio.
Lacan nella rilettura di Freud sostiene che è l’incontro primario con il sessuale che è traumatico poiché il godimento è impossibile da dire, per via del suo carattere enigmatico e estraneo. Nella prefazione de L’ èveil du printemps di Frank Wedekind, del 1974 Lacan dirà che “ciò che Freud ha reperito di ciò che si chiama sessualità, fa buco nel reale (…)”. Lacan si sforza di concettualizzare il godimento, che non è imbrigliabile nella logica del significante e in questo senso il godimento è ciò che sfugge alla parola dunque ciò che non può dirsi.
Lacan, negli anni 70, ci offre una nuova concezione della struttura del linguaggio. L’Altro del linguaggio non è più il tesoro dei significanti, al contrario è l’Altro mancante, bucato. “Il reale di Lacan, ciò che non si può dire, è ciò che Freud chiamava trauma “. Con Lacan il traumatismo diventa troumatisme, un buco nel discorso. Lacan dice che si produce troumatisme nell’incontro con il reale. Miller precisa che “Il reale psicoanalitico non è la realtà, così come la intendiamo comunemente, il reale in psicoanalisi, il reale traumatico, dipende dalla logica di discorso. E’ il discorso che delimita il reale con tutte le sue impasse. Il reale non è una cosa in sé , e non si costituisce come una totalità. Ci sono solo dei pezzi di reale al quale si ha accesso durante un’analisi”. Questo buco nell’Altro del linguaggio che scombussola il soggetto, Lacan lo esprimerà con un’altra formula:“ non c’è rapporto sessuale che si possa scrivere”. Non c’è un sapere a priori, innato o trasmissibile, per orientarsi nel legame sociale e nel rapporto con l’altro sesso. E’ un sapere che ciascuno deve inventarsi.

Transgender e queer. Clinica psicoanalitica lacaniana dell’uno per uno.

Premessa
Negli ultimi cinquant’anni sono state svolte moltissime ricerche intorno alle questioni dei ‘generi’.
Effettivamente non c’è nulla che metta più al lavoro sul piano culturale, sociale e scientifico delle questioni legate all’identità e a una sua connotazione sessuata riconducibile all’assioma dei due sessi,maschio-femmina e dei due generi, uomo-donna.

Il DSM nelle sue successive edizioni mostra l’incessante lavorio volto a definire il fenomeno transgender e transessuale.
Alcune realtà associative a livello mondiale e locale si sono costituite con lo scopo di mantenere vivo il dibattito, come fa ad esempio in Italia l’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (ONIG) associazione nella quale confluiscono professionisti della salute, istituzioni e associazioni.
Interessanti riflessioni provengono anche dal gruppo di lavoro che opera presso l’Unità di Psicologia Clinica e Psicoanalisi Applicata del Dipartimento di Neuroscienze e di Scienze del Comportamento dell’Università degli Studi di Napoli ‘’Federico II’’. In Enigma del transessualismo ben evidenziano alcune questioni cruciali rispetto alla prassi così come organizzata. Si pone l’accento sui problemi istituzionali connessi all’attività clinica e si interrogano i presupposti che sono alla base della pratica secondo la quale la richiesta dei colloqui psicologici proviene sistematicamente da un soggetto altro dal paziente, in particolare da un soggetto istituzionale quale è il corpo medico. Nella loro esperienza è per lo più il medico che, all’interno di unità operative specializzate richiede allo psichiatra, psicologo o psicoterapeuta di “accertare la condizione transessuale” prima di procedere con gli interventi chirurgici. All’individuo viene dunque richiesto di sottoporsi ad un percorso obbligatorio e strutturato in un dato tempo e, a seconda di quanto previsto dal protocollo, a colloqui e test che hanno la funzione di stabilire se esistono le condizioni per diagnosticare una “disforia di genere’’. Lo psicologo assume dunque un ruolo che ha a che fare con l’ accertamento della condizione transessuale.

Sul versante degli studi culturali alcuni studiosi offrono letture articolate e divergenti. Kate Bornstein, sostiene che i soggetti transgender non sono intrappolati nel corpo sbagliato ma sono persone che combinano i concetti di maschile e femminile in un nuovo modo. Ritiene che la medicalizzazione e il processo di (ri)assegnazione di sesso, che incoraggia la maggior parte dei transgender e transessuali a transizionare con il proprio corpo da una categoria di genere all’altra è fonte di dolore e sofferenza, e li allontana dal proprio desiderio, creando distorsioni significative nelle loro storie .
Jay Prosser, invece, nel suo libro Second Skins, sottolinea che i transgender e i transessuali, non sono alla ricerca costante di sovversione delle categorie di genere, ma piuttosto alla ricerca di una casa/corpo sufficientemente sicura e stabile.
La questione è dunque molto complessa e probabilmente ciò che sostiene Kate Bornstein incontra il consenso di alcuni, e ciò che sostiene Jay Prosser di altri.
In mezzo ci sono le storie di vita di ognuno, ognuno con i propri sintomi, uno per uno.

Alcuni accenni sulla clinica psicoanalitica lacaniana: dal primato del simbolico alla clinica orientata dal reale.
Nel primo tempo del suo insegnamento, dal Seminario I fino al Seminario V, Lacan mette l’accento e elabora la centralità del simbolico, occupandosi soprattutto delle questioni del linguaggio, della teoria del significante. In questo periodo, egli include nell’immaginario non soltanto la coppia speculare a-a’, che si ritrova nello schema L ma anche tutto il campo delle significazioni. Il significante, che è nel campo del simbolico, produce delle significazioni molteplici che diventano parte del campo immaginario. L’eccezione per uno stesso significante – ad esempio“donna” – può generare molti significati immaginari.
Lacan scrive in L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud che “la cabina offerta all’uomo occidentale per soddisfare i suoi bisogni naturali (…) sottomette la sua vita pubblica alla legge della segregazione urinaria”. In questo modo, richiamando l’insegna delle due toilette uomo-donna ci indica come il soggetto è chiamato ad assumere, a fare suo il significante uomo o donna per poter varcare l’una o l’altra soglia.
Lacan conia il neologismo parlessere per condensare in una parola la relazione indissolubile tra essere umano e linguaggio. Si nasce immersi nel linguaggio e l’essere umano non coincide con l’organismo biologico, è piuttosto corpo parlato, segnato dal linguaggio sin da subito e quindi corpo che subisce una perdita, una divisione perché patisce del significante. Il corpo deve costituirsi, non si nasce con un corpo. Il corpo si costruisce, è effetto della parola e il dirsi uomo o donna è un effetto di linguaggio.
Assumere il proprio essere sessuale richiede una simbolizzazione, ma essa non sarà sufficiente ad assumersi il proprio sesso, poiché nell’inconscio la differenza dei sessi non si scrive. Esiste un reale in gioco, un referente indicibile, che condiziona il rapporto del soggetto con il sesso. Il reale non è la realtà.
Nel Seminario RSI del 1974-75 Lacan ritorna sulla triade costituita dal reale, dal simbolico e dall’immaginario operando un livellamento dei tre registri RSI producendo, come conseguenza, la ridefinizione della realtà: essa di per sé non esiste ma è il risultato di come i tre registri RSI riescono ad essere tenuti insieme. Sarà l’annodamento possibile attraverso il nodo borromeo a tenerli insieme.
Il nodo borromeo è una figura topologica composta tra tre anelli inanellati tra loro in modo che, se si separa uno qualunque dei tre, si liberano anche gli altri due. A partire dal lavoro con i nodi, si produce un cambiamento importante nella clinica: il punto di partenza non è più nell’Altro e nella mancanza-a-essere, nel desiderio, ma è piuttosto nel godimento, che di per sé è sempre autistico.
Il nodo borromeo è una scrittura della clinica. La prima scrittura, quella freudiana classica, è la scrittura edipica che colloca la posizione del soggetto rispetto alle coordinate dell’Edipo, ai complessi familiari, e legge il sintomo come erede della funzione paterna. La scrittura borromeica permette di andare oltre, è una clinica che consente di parlare di quelle strutture che non hanno raggiunto la configurazione edipica e di individuare le differenze significative. Nel caso della psicosi dove non è stato possibile integrare la castrazione, a causa della mancata iscrizione della funzione paterna nel simbolico, saranno i sintomi di supplenza a permettere un annodamento. Questa indicazione fa cogliere nella clinica come l’annodamento di immaginario, simbolico e reale attraverso un quarto elemento, il sintomo, sia la condizione necessaria perché ci sia concatenazione significante.
Durante la lezione del 9 Aprile del 1974 del Seminario Les non-dupes errent dopo che aveva introdotto le formule della sessuazione Lacan pronuncia questo frase:“L’essere sessuato non si autorizza che da sé (…) il fatto che lo si classifichi maschio o femmina, ciò non impedisce che il soggetto abbia la scelta”.
Nelle complesse formule della sessuazione Lacan elabora una logica per dire come la scelta della posizione sessuata per ogni parlesssere si produce a partire da come ci si situa rispetto al significante fallico.
Il significante fallico è senza dubbio una bussola del desiderio del soggetto, ma non costituisce alcuna garanzia dell’atto di parola. Ogni soggetto si situa in relazione alla sessualità attraverso la sua parola. Il processo della sessuazione non proviene dalla biologia né dal contesto culturale ma dalla logica del discorso. Di fronte all’atto di parola che determina la propria posizione sessuata il soggetto è solo.
Dunque, cosa succede quando il soggetto non riesce a dirsi uomo o dirsi donna?
Cosa succede per quei soggetti che non riescono a trovare un posto che li possa collocare nel mainstreaming del transessualismo e cioè di individui che richiedono alle istituzioni preposte di poter passare da un sesso all’altro attraverso la chirurgia?
Cosa succede sul piano dell’iter medico-legale a quei soggetti che dichiarano la loro incertezza e soggettivamente non possono o non vogliono aderire all’offerta che il discorso medico produce?
Si apre un mondo che è contemporaneo. I soggetti transgender esistono, cercano un loro posto nel mondo, reclamano i loro diritti ad esistere.

Effetti dell’esperienza clinica con soggetti che si dicono queer e transgender
A Torino da circa quattro anni si è costituito Spo.T, un progetto del Maurice GLBTQ, dedicato a percorsi di inclusione sociale di transgender e transessuali, che offre la possibilità di accedere a psicoterapie e consulenze endocrinologiche.
Per ciò che concerne le psicoterapie, non si tratta di un’alternativa ai percorsi istituzionalizzati e protocollari che sono previsti all’interno di unità operative ospedaliere. Si tratta di un’altra via. Effettivamente in un incontro che ci fu tra l’equipe di Spo.T con i colleghi del CIDIGEM che compongono l’equipe specializzata dell’Ospedale Molinette di Torino che si occupa di transessualismo, ci si rese conto che sebbene i due percorsi possano in certi momenti incrociarsi, di fatto chi sceglie di rivolgersi a Spo.T non si rivolge al CIDIGEM e viceversa.
Dunque perché Spo.T?
Non so se gli ideatori del progetto se ne sono accorti ma Spot tradotto in italiano significa “posto”. E effettivamente, dopo quattro anni di questa esperienza, lo si coglie dagli effetti. Ciò che si verifica è un fare posto. Al Maurice fare posto ad individui che trovano attraverso i gruppi di pari e le iniziative del Maurice un luogo per includersi socialmente. Nell’incontro con uno psicoanalista, fare posto al soggetto dell’inconscio.
Per uno psicoanalista, per i presupposti che guidano la sua pratica, così come ho cercato di dire facendo riferimento all’insegnamento di Lacan, non si tratta di “accertare la condizione transessuale”.
Si sceglie di farsi orientare soprattutto dal dire di quel soggetto particolare, con la finalità specifica di mettere in campo le condizioni affinché possa sorgere del soggetto, soggetto dell’inconscio.
In questo caso chi ha accolto la domanda del soggetto si situa nella posizione di chi si lascia insegnare dal dire del soggetto, senza fare appello alla teoria messa in posizione di verità.
Si tratta per ogni soggetto – uno per uno – di portare in quell’incontro la propria parola e lasciare che il dire si produca al di là dell’enunciato.
Qualcosa di sorprendente si produce nella mia pratica clinica con soggetti che si definiscono queer. e transgender. Un’esperienza che permette di testimoniare che il reale e il non senso che il reale veicola è impossibile da cancellare. Ciò che si coglie nell’incontro con ogni soggetto è che se si lascia cadere ogni supposizione di sapere e si lascia che la singolarità di ognuno possa trovare la propria via, senza nessun tentativo di universalizzazione, il soggetto trova delle soluzioni uniche e invenzioni singolari, che non hanno a che fare con l’adattamento né con il comportamento.
Penso a qualcuno per cui le sedute stesse svolgono la funzione di un luogo dove poter depositare le proprie angosce mentre cerca di costruirsi una stampella per camminare nel mondo se pur zoppicando. Oppure qualcun’altro per cui è caduta l’idea di volersi sottoporre alla chirurgia; oppure ancora qualcuno che ha trovato un modo per dare un posto al proprio desiderio deciso di dirsi uomo invece che donna; per qualcun’altro ancora l’accorgersi che ciò che sembrava impossibile da sopportare non è tanto il proprio corpo ma i ruoli di genere a cui si ribella. Ognuno con la propria storia, ognuno con i propri sintomi, ognuno in un nuovo legame di transfert.
Ciò che imparo è che è necessario accogliere nel discorso dei soggetti quei nuovi significanti che emergono -queer – transgender – affinché possano trovare una via per declinarsi in un modo singolare, possibile per ciascun soggetto, al di là di nuove etichette.

Mary Nicotra

L’esperienza soggettiva della malattia. Con/vivere con la SLA

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), conosciuta anche come “Morbo di Lou Gehrig”,” malattia di Charcot” o “malattia dei motoneuroni”, è una malattia neurodegenerativa progressiva che riguarda i motoneuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria. La Sclerosi Laterale Amiotrofica ( SLA) colpisce in Italia un numero sempre crescente di persone (tre nuovi casi al giorno – 6 persone ogni 100.000 abitanti) con un esordio della malattia compresa tra i 40 e i 70 anni. Si tratta di una malattia che coinvolge tutti i muscoli del corpo fino a rendere il corpo totalmente immobile. Nella progressione della malattia una grave disfagia prende forma tale per cui il nutrimento può avvenire solo attraverso un tubicino collegato dall’esterno direttamente allo stomaco (PEG) e una accentuata disartria si afferma inesorabilmente e costringe a non poter più articolare i muscoli della bocca, a non poter comunicare con le parole. L’unica possibilità di comunicazione verbale può avvenire con l’ausilio di appositi computer a movimento oculare. Le scansioni e la progressione della malattia cambiano da soggetto a soggetto ma per tutti ad un certo punto si produce il momento di una decisione cruciale. Si tratta di scegliere procedere o meno con la ventilazione meccanica e pertanto sottoporsi ad una manovra chirurgica alla trachea (tracheotomia) eseguita per permettere la respirazione collegati ad una macchina che fornisce ossigeno ai polmoni o lasciare che il decorso della malattia proceda fino all’arresto respiratorio con la conseguente morte. Un paziente così ne dice ”La SLA non ti uccide immediatamente, ma ti intrappola e ti consuma, lasciandoti perfettamente lucido e consapevole“. Dunque, sebbene ci sia un decorso prevedibile, ciò che mi preme mettere in rilievo con questo scritto è che a partire dalla mia, se pur breve esperienza in un’istituzione che accoglie persone con questa malattia, l’esperienza soggettiva della malattia è assolutamente singolare. La persona riceve in primis la notizia della malattia dal proprio corpo. Il progredire della malattia scandisce tempi precisi: prima gli inciampi, i muscoli che non tengono, poi il non poter mangiare, poi ancora il non poter parlare, la progressiva paralisi, poi ancora la tracheotomia. Tutto succede inesorabilmente nel corpo e per ogni soggetto si apre una questione, da lì una costruzione e una interpretazione condivisa spesso con il medico, che con le sue parole può dare un senso a ciò che la persona sperimenta con il proprio corpo. A ciascuno il suo fantasma e l’incontro con la malattia si intreccia con la costruzione fantasmatica di ognuno. Il titolo Con/Vivere non è lì per fare eco ad un vezzo decostruzionista ma per mettere in evidenza la barra che divide ma che è anche paradossalmente tratto di unione tra il Con e il Vivere. Con/Vivere ad indicare come per il soggetto si crei una divisione che è dell’ordine dell’inevitabile, che costringe a prendere posizione precipitando in una decisione: scegliere di vivere con la Sla o scegliere di dire no alla malattia, no all’essere “ostaggiodel proprio corpo” e quindi morire. Il Con determina la possibilità di vivere. Il Con determina anche l’accettazione di totale dipendenza dall’altro della cura a cui il soggetto deve rivolgersi. Gli altri che sono gli operatori (infermieri, psicologi, fisioterapisti, logopedisti, operatori socio sanitari) che accompagnano nel quotidiano la sua vita quando è in istituzione, sono i medici curanti, sono i familiari. Ciò che succede nel campo dell’altro, inteso come gli altri con cui si ha a che fare, e cosa succede nel campo dell’Altro, inteso come il simbolico che determina le coordinate con cui si dispiega il discorso scientifico è dunque di vitale importanza, poiché la condizione costrittiva in cui la persona si trova può produrre condizioni di sofferenza fisica e psichica pervasive. Capita di ascoltare nei discorsi  l’enunciato “E’ una SLA“ La persona coincide con la malattia? E’ un organismo ammalato? Che effetti produce nel discorso del medico far concidere quel corpo con la malattia, ridurlo ad organismo? Le funzioni dell’organismo umano sono sempre state oggetto di una messa alla prova secondo il contesto sociale, scrive Lacan in “Psicoanalisi e Medicina” e si può riflettere sul posto che il medico è chiamato ad occupare nel discorso scientifico, nell’attualità, dove l’alleanza tra sapere e potere nelle relazioni di cura crea inevitabilmente un’espulsione dal campo della cura di ciò che non può rientrare in una dimensione di calcolo e controllo, misconoscendo così ciò che rende la relazione medico-paziente unica. Lacan invita a non misconoscere la faglia che c’è tra la domanda e il desiderio proprio affinché il medico nell’accogliere la domanda di un paziente, tenga conto di quella faglia. “ Quando il malato è inviato presso un medico o quando ci va direttamente, non dite che egli si aspetta puramente e semplicemente la guarigione. Egli mette il medico alla prova per farlo uscire dalla sua condizione di malato, cosa che è molto differente, perché questo può implicare che egli possa essere completamente attaccato all’idea di conservala. Talvolta viene proprio per domandarci di legittimarlo come malato: In altri casi viene nel modo più evidente, a domandarci di preservalo nella sua malattia, di curarlo nel modo a lui più conveniente, quello che gli permetterà di essere ben collocato nella sua malattia” La prassi psicoanalitica ci insegna anche che il processo di alienazione e separazione non si esaurisce con la nascita del soggetto. Nella nevrosi, nel corso della vita si ripresenta a livello simbolico come metonimia in una continua oscillazione tra alienazione – per fare posto al desiderio dell’Altro – e separazione – quando ci si separa dall’Altro e si assume una posizione soggettiva per poi ripassare di nuovo dall’Altro che con la sua risposta introdurrà il soggetto nella dialettica del desiderio. Lacan nel seminario XI ci fa cogliere l’equivoco del “se parare in tutti i sensi fluttuanti che ha in francese, cioè sia vestirsi che difendersi, fornirsi di quanto è necessario per mettervi in guardia”. Dunque ciò che succede nel campo dell’Altro non è senza conseguenze. Il sig. Luigi comunica con il puntatore oculare. Nonostante la fatica che questa operazione gli richiede, nell’incontro con lui si coglie quanto è importante per lui terminare di scandire ogni parola, costruirla sul monitor, lettera dopo lettera e si coglie anche che quando la voce meccanica dice la parola, lui sorride soddisfatto. Prende parola, ne gode. Mal sopporta interruzioni, o anticipazioni rispetto alla parola che sta scrivendo. Si coglie che è un punto nevralgico, delicato, da maneggiare con cura. Nel giro di qualche mese i suoi occhi peggiorano non riesce più a scrivere le parole sul monitor, se non con grandissima fatica. C’è tutto un tempo in cui si nega agli incontri. Ogni volta che, dopo aver bussato, entro nella sua stanza, chiude gli occhi. L’ultima volta gli dirò: la prego quando vorrà incontrami mi chiami. Un giorno ricevo una sua mail in cui mi chiede di incontrarci. La fatica con cui costruisce le parole al monitor, con il puntatore che sfugge, che non riesce a fissarsi su nessuna lettera fa sì che di nuovo chiuda gli occhi. Cosa possiamo inventarci? propongo. Un lungo silenzio poi sorge un’idea…inizia faticosamente a scrivere sul monitor, ma sempre meno faticosamente. Il puntatore si posiziona meglio sulle parole e mi propone di ‘giocare’ come da bambini sulla spiaggia quando si scrivevano le parole indicando la prima lettera poi i trattini e infine l’ultima lettera. Si trattava di indovinare la parola. E’ la piccola soluzione che il Sig. Luigi ha trovato. Sebbene la SLA sia una dimensione pervasiva dell’esistenza, che costringe ad una completa dipendenza dall’altro della cura, che fa sì che qualcuno dica di “ritrovarsi intrappolato nel proprio corpo”, a dispetto dell’ovvio, ci ricorda che come per ognuno si giochi lo stare in questa relazione di dipendenza dall’altro della cura, di “prigionia nel proprio corpo”, ha a che fare con la propria singolarità, a partire dal modo con cui si è costituito per quel soggetto l’annodamento che riguarda il corpo, la parola e la dimensione pulsionale. Se il soggetto dice un no radicale alla malattia giunto a quel crocevia non imboccherà la strada della respirazione con mezzi invasivi (intubazione, tracheotomia) e metterà una crocetta sul ‘non venga attuata’ nel modulo delle “direttive anticipate sulle misure di sostegno vitale in caso di sclerosi laterale amiotrofica” che il medico della divisione ospedaliera di neurologia sottopone al paziente. “Non voglio finire come quello là” dice qualcuno che sceglierà di non procedere con la tracheotomia, qualcuno che non ha voluto neanche sapere il nome della malattia, qualcuno per cui era una condizione di vita innominabile. “Voglio divorziare da mia moglie”, annuncia qualcun altro che da tre anni è immobile sul letto e che può comunicare scrivendo parole su un monitor con il puntatore oculare, e che litiga tutti i giorni con sua moglie, a riprova che la questione è soggettiva e che il soggetto non coincide con il corpo che non è riducibile all’organismo, in quanto investito di significati legati alla dimensione simbolica in cui è immerso. Dunque anche quando il corpo è totalmente medicalizzato, anche quando il reale lo riduce ad un organismo, il soggetto dell’inconscio, rappresentato da un significante per un altro significante, può prodursi negli scarti di quel discorso che lo vorrebbe alienare ad un organismo da trattare? E’ la scommessa che è in atto nell’istituzione in cui lavoro, insieme ad altri. Potremo dirne qualcosa solo a partire dagli effetti, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Mary Nicotra

Anziani, famiglie e R.S.A snodi al crocevia di una scelta in tempo di crisi.

Mary Nicotra*

Prendiamo un primo punto – Di quale crisi parliamo?

La crisi richiama un punto di oscillazione, un po’ come la malattia che può portare alla morte o che può ritirarsi lasciando posto alla guarigione. Una crisi si produce quando si perde il dominio e il controllo della propria vita, per dirla metaforicamente quando un uragano irrompe inatteso a livello personale, familiare, sociale, quando – ciò che era non potrà più essere come prima – , c’è l’urgenza di una riorganizzazione a livello simbolico, di una nuova costruzione di senso.
Per uno psicoanalista, nella lettura che posso farne, a partire dagli insegnamenti di Freud e Lacan e dalla pratica clinica, la crisi non è lì per farci soccombere come soggetti, perchè laddove il discorso, le parole, la routine non reggono più e non si riesce più a stemperare un reale capriccioso che fa ciò che vuole, quello è il momento di mettersi al lavoro! E’ il momento di farsi carico della propria crisi e dei propri sintomi.
Allora basta con la crisi!.
Una crisi è il reale scatenato, impossibile da dominare. E tutti noi siamo qui oggi, a discutere su temi importanti proprio perché la crisi dei valori, la crisi economica, la crisi delle istanze sociali non ci faccia soccombere come soggetti.

E’ vero il nostro è un tempo a volte  impossibile perché attraversato da snodi continui, da sfilacciamenti dove nuovi annodamenti non si riescono più a produrre a livello di legame, sfilacciamenti che lasciano i soggetti in una voragine di “non senso” che produce angoscia e insopportabilità.

Va ricordato che ciò che umanizza la vita è caratterizzato dalla necessità di una ricerca di senso. Una domanda di senso, un appello, un urlo che si rivolge all’Altro, come la psicoanalisi con Freud e Lacan ci insegna.

Tutti abbiamo fatto esperienza di questo, almeno una volta, quando siamo nati, quando quel venire alla vita ha incontrato nell’Altro un accoglimento. Un accoglimento che ha permesso l’inizio di quella costruzione di senso singolare che si alimenta nel prosieguo della vita stessa.

E’ proprio nella famiglia, come prima istituzione che si incontra nascendo, che la vita si umanizza e ogni individuo si costituisce come soggetto in un annodamento che riguarda il corpo, la parola e la pulsione e come effetto di questo annodamento ciascun soggetto conosce un destino singolare che non rassomiglia a nessun altro. Ken Loach nel suo film “Family life” mostra l’inferno delle famiglie come causalità di sofferenza e patologia.

La psicoanalisi e Lacan ci insegnano che non è così – se qualcosa non va per un soggetto, non è a causa della famiglia. E’ vero però che nella famiglia, per ognuno dei suoi componenti il sintomo si mette in forma.

Un sintomo come effetto di quel legame.

“ Voglio morire perché per mio marito sono un peso” dice una signora che sceglie di non voler procedere con la tracheotomia….

siamo al lavoro con lei su questo punto del “sentirsi un peso” affinché, qualunque sia la sua decisione che ovviamente andrà rispettata, possa prenderla a cuor leggero, non angosciata.
Ogni famiglia ha i suoi sintomi.
Potrei raccontarvi molti altri frammenti clinici, ma non voglio prendere più tempo dei 15 minuti previsti.

Dicevo prima che la crisi si produce anche quando la routine non regge più. Ecco che certe situazioni familiari possono assumere dimensioni invivibili: un padre, una madre, un nonno – non è più come prima. Perde la sua autonomia fisica o mentale, l’ambiente in cui vive non può più sopperire ai suoi bisogni. Un impossibile, un non – senso, un’effrazione si produce e crea delle condizioni che costringono ad una
nuova ricerca di senso che precipita ad un certo punto in una scelta: un ricovero in residenza sanitaria assistenziale.

Nell’incontro con le famiglie, una per una, che si rivolgono alle R.S.A si coglie che non è quasi mai una scelta facile, ha piuttosto a che fare con la resa davanti all’impossibilità di potersi prendere cura dei propri cari che non sono più autosufficienti e necessitano di cure mediche e assistenziali su base quotidiana che è difficile poter offrire a domicilio. Ma la questione non si satura così.

Si coglie in quell’incontro che c’è un appello, un appello all’Altro dell’istituzione che non ha a che fare solo con l’assistenza e l’erogazione di farmaci.

All’infermiere, al medico. all’oss, all’educatore, allo psicologo l’anziano chiede, la famiglia chiede di “essere in presenza” nei propri atti medici, infermieristici, assistenziali, psicologici ecc.

Ed è a questo livello che può prodursi un annodamento di legame nuovo, creativo, che può rovesciare una crisi in un’opportunità.

In un mondo tutto snodato e sfilacciato del nostro tempo culturale che vorrebbe costringere ognuno di noi a ragionare in termini quantitativi e standardizzati, e che, senza che ce ne accorgiamo, ci spinge a rispondere da una posizione di distributori di oggetti-gadgets, si può fare altro!

Distribuire cure devitalizzando i legami non è l’unica possibilità a cui siamo costretti a soccombere, nonostante le logiche economiche in atto sembrerebbero costringerci proprio a rispondere cosi.

E’ il punto di forza del capitalismo sapere che l’essere umano non può rinunciare alla mancanza e muove le pedine per fornirgli una difesa universale, una gamma di oggetti che uno dopo l’altro sono lì a cercare di saturare il desiderio, saturare la mancanza, ovviamente senza mai riuscirci e spingendo così a consumare ancora di più. Ogni epoca risponde in modo diverso all’insoddisfazione.

Stare, se pur senza accorgersene, dentro questa logica produce degli effetti nelle nostre vite di cittadini, di padri, di madri, di figli, di medici, di infermieri, di psicologi, di fiosioterapisti, ecc, ecc.

Si tratta di non avere paura di essere o diventare soggetti desideranti, cioè soggetti mancanti e alla ricerca, istituzioni desideranti che non si accomodano su protocolli pacificanti e rassicuranti, e mettersi al lavoro, in una dialettica gli uni con gli altri per costruire insieme luoghi di cura e di residenza “umanizzati”, nel senso che dicevo prima, cioè dove si può scommettere che è possibile accogliere la singolarità di ogni persona che verrà a trascorrere lì un pezzo della propria vita.

Intervento di Mary Nicotra, psicoanalista, membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, collaboratrice alla docenza dell’ Istituto IPOL  e direttore della residenza La  Cittadella di Saluggia al  Convegno Riflessioni su…Invecchiamento e disabilità. Il testamento biologico

A proposito di corpi sessuati in psicoanalisi

Articolo pubblicato su Zeroviolenzadonne.it  di Mary Nicotra

Quando da Zeroviolenzadonne.it mi hanno chiesto di articolare un editoriale che dicesse del costituirsi dell’identità sessuata, mi sono chiesta da quale angolatura prendere la questione e come poterne dire qualcosa, mentre pensavo alle importanti riflessioni in ambito femminista e alle teorizzazioni queer che puntano a scardinare e a mettere in rilievo le logiche di potere che sottointendono i discorsi che riguardano la divisione dei sessi così come è costruita dentro i confini di una logica binaria. Il dibattito è veramente molto interessante(1).

Si tratta di discorsi che interrogano il discorso sociale, e che danno vita a nuovi discorsi che prendono forma: emergono così la politica del posizionamento di Adrienne Rich(2), il soggetto eccentrico di Teresa de Lauretis(3), il cyborg di Donna Haraway(4), il Queer di Judith Butler(5) e il nomadismo di Rosi Braidotti(6), potenti e complesse figurazioni che offrono nuove vie immaginarie per iscriversi nel simbolico. Discorsi che puntano a scardinare il sapere precostituito.

Discorsi che producono dibattito e interrogano il discorso dominante, discorsi che animano nuove rappresentazioni collettive e cercano di costruire nuove figurazioni simboliche. Ed è proprio di discorsi che tratta Lacan nel seminario XVII “Il rovescio della psicoanalisi. Sono quattro i discorsi che si possono produrre e che dipendono da come quattro elementi in gioco occupano altrettante posizioni.

I matemi discorsivi hanno quattro configurazioni: discorso del padrone, dell’università, dell’isterica, dell’analista che si specificano e differenziano per la diversa distribuzione dei quattro termini che li costituiscono in uno spazio topologico a quattro posti. I quattro discorsi indicano le posizioni che il soggetto occupa nell’atto dell’enunciazione. Essi rendono conto delle posizioni nella struttura dei legami sociali e costituiscono la matrice di qualsiasi atto in cui si prenda la parola
Va specificato però che il soggetto della psicoanalisi non è il soggetto della fiosofia.

In psicoanalisi quando si parla di soggetto ci si riferisce al soggetto dell’inconscio, al soggetto che si produce nel discorso e che nel prodursi, nel dire, dice di più di quello che pensa di dire, per dirla con Freud prima e poi con Lacan, è un soggetto che non è padrone in casa sua.
Dunque se si può abbozzare cosa si intende per soggetto in psicoanalisi, se parliamo di sessualità e sessuazione, in che modo entra in campo il corpo? Qual è il corpo che interessa la psicoanalisi?

Fin dall’inizio Freud mette in rilievo che l’inconscio ha effetti sul corpo. Quindi quando parliamo di corpo non ci riferiamo all’organismo, perché bisogna distinguere il corpo sia dall’organismo biologico che dal soggetto.

La biologia infatti non ci aiuta, perché può solo dirci che cosa è un organismo, si parla di organismi viventi, infatti, riferendosi alle piante e agli animali e se pur l’essere umano è anche un organismo vivente non coincide con l’essere un organismo. L’essere umano è immerso nel linguaggio, dice Lacan, e conia il neologismo parlessere per condensare in una parola la relazione indissolubile tra essere umano e linguaggio. Si nasce immersi nel linguaggio e l’essere umano non coincide con il corpo naturale, biologico, è piuttosto corpo parlato, segnato dal linguaggio sin da subito, corpo che subisce una perdita, una divisione perché patisce del significante. Uno degli effetti del linguaggio è di separare il corpo dal soggetto e questo effetto di divisione, di separazione tra il soggetto e il corpo è possibile solo per l’intervento del linguaggio: non si nasce con un corpo. Il corpo si costruisce, è effetto della parola.

Dunque avere o essere un corpo? “L’uomo ha un corpo” dice Lacan in un testo su Joyce(7) e avere un corpo è problematico per il soggetto proprio per la disarmonia strutturale che fa sì che il soggetto si identifichi con l’essere e non con il corpo, con un senso naturale che il corpo potrebbe conferirgli(8). Ciò che ci permette di dire “ho un corpo” ha a che fare con il fatto che come soggetti del significante siamo separati dal corpo. Il soggetto è già nella parola, prima ancora di nascere, prima ancora di avere un corpo e continua ad esistere come soggetto anche dopo la morte, quando il corpo non c’è più. La durata del soggetto, sostenuto dal significante, eccede la temporalità del corpo.

Freud impara dalle sue pazienti isteriche che tra corpo e l’essere c’è un difetto di identificazione e con i suoi sintomi somatici non fa che mostrare l’impossibilità strutturale di ricucire questa faglia. In questa faglia dell’identificazione, dove il corpo è estraneo all’essere perché il rapporto del soggetto con il corpo è dell’ordine dell’avere, lì trova posto la psicoanalisi, lì il soggetto può costruire un suo sapere particolare e unico su un corpo che non sarà mai un corpo liberato, bensì un corpo assoggettato al linguaggio, dunque al simbolico. Un corpo che dovrà fare i conti anche con il reale del godimento, con ciò che non è così circoscrivibile dal simbolico, dicibile, addomesticabile. J.A.Miller precisa che si tratta del “corpo vivente (…) il corpo affetto da godimento”(9). Ecco che per Lacan la biologia non è destino, non può dirci del corpo che non è dal lato dell’essere. Dunque per il parlessere come si produce il dirsi uomo o donna?

Nel seminario XX Encora, Lacan dice che “sicuramente ciò che appare sui corpi in quelle forme enigmatiche che sono i caratteri sessuali – i quali sono solo secondari – costituisce l’essere sessuato. (…) Ma l’essere è il godimento del corpo in quanto tale, cioè in quanto asessuato.
Dunque l’essere sessuato ha a che fare con il modo di godimento proprio ad ognuno. Lacan descrive quattro formule proporzionali, due a sinistra e due a destra, “qualunque essere parlante si iscrive da una parte o dall’altra”(10) a partire dal modo di godimento che lo riguarda. Se il godimento maschile ha a che fare con il godimento fallico, quello femminile si situa nell’ordine del non-tutto, del non universale, in un godimento che non-tutto è dicibile, “un godimento supplementare”(11) un godimento che è al di là del fallo.

(1) Il femminismo della differenza considera centrale il carattere incarnato e sessuato del soggetto, la valorizzazione della diversità della donna, protestando la sua radicale estraneità alla dimensione simbolica della società patriarcale.Il femminismo postmoderno radicalizza invece il tema della differenza. Influenzato dal postrutturalismo, che non ritiene più importante lo studio delle strutture, ma sposta il centro di interesse alla genesi e al significato politico delle strutture stesse e si interessa alla loro formazione, ai meccanismi, ai poteri che le governano, e alle forze energetiche che le costituiscono. Le differenze che producono significato nella struttura sono valutate in senso dinamico; sono forze, centri pulsionali ed energetici a cui bisogna restituire libertà.
(2) A Politics of Location/Politica del posizionamento, Mediterranean III, 2, giugno-dicembre 1996.
(3) Teresa De Lauretis. Soggetti eccentrici, Milano: Feltrinelli, 1999.
(4) Donna Haraway. Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano: Feltrinelli, 1995.
(5) Judith Butler. Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, Milano: Feltrinelli, 1996.
(6) Rosi Braidotti. Soggetto nomade. Femminismi e crisi della modernità, Roma: Donzelli Editore, 1994.
(7) J.Lacan, Joyce il sintomo, in “ La psicoanalisi” n.23, Astrolabio, Roma, p.94
(8) J.A.Miller, Biologia lacaniana ed eventi di corpo, in “ La psiconalisi” n.28, Astrolabio, Roma, pag.24
(9) J.A.Miller, Biologia lacaniana ed eventi di corpo, La psicoanalisi n.28, pag.15
(10) J.Lacan, Seminario XX Encora, Einaudi, Torino, 2011 pag.74
(11) Ibidem, pag.69